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 14.05.2009 MI SPIACE PER FUKSAS MA LA RICOSTRUZIONE A L’AQUILA NON E’ ROBA DA ARCHISTARE’ di questi giorni una accesa polemica alimentata dalla notizia che la ricostruzione post terremoto a L’Aquila potrebbe essere affidata a gradi studi di architettura, le cosiddette “archistar”.
Si parla, sembra, di Fuksas, Isozaki, Calatrava, Nouvel, Hadid ed altri.
Molti non sono d’accordo sull’ipotesi di continuare ad attribuire un ruolo di arbitro delle importanti decisioni che interessano il paesaggio e la città a società che si avvalgono delle fascinazioni alla moda di certi progettisti che utilizzano l’architettura come brand.
Progettisti che spesso supportano quelle holding immobiliariste ammantando con accattivanti messaggi figurativi grandi operazioni di speculazione.
Si tratta, in brutale sintesi, di analoghe operazioni di trasformazioni della rendita fondiaria che ai tempi delle “mani sulla città” si effettuavano con la edilizia residenziale e che adesso invece si attuano con singoli elementi catalizzatori di interessi, (il palazzo, la torre, la stazione, il centro commerciale) a punteggiare un paesaggio perlopiù desolato, anelante di iniezioni di anfetamina costruttiva.
Già Leonardo Benevolo aveva avvertito del pericolo delle scorciatoie che tali griffe dell’architettura internazionale di solito intraprendono a scapito della storia e della tradizione di un tessuto urbano, di una consuetudine abitativa, di una storicizzazione paesaggistica.
Anche Franco La Cecla, pubblicando il suo “Contro l’Architettura” per Bollati Boringhieri lo scorso anno, prendeva lo spunto dal neologismo “archistar” coniato dalle ricercatrici Gabriella Lo Ricco e Sivia Micheli per spiegare il titolo del suo libro: di quale Architettura parliamo, ormai oggi? Di quella patinata delle riviste glamour, di quella autocelebrativa del luna park metropolitano globale? Se è di questo che si parla, allora si che siamo “contro” quell’architettura.
Se invece si parla di un mestiere paziente ed esperiente, antico ma sempre in rinnovamento, di un mestiere che pone al centro del proprio fare la sensibilità dell’uomo che abita, che tocca e che guarda; che si emoziona, ecco che allora siamo “per” quella architettura.
Nei millenni l’architetto è stato come un cane guida per ciechi: ha condotto gli uomini attraverso i percorsi dello spazio e del tempo aiutandoli a non incespicare ed a sviluppare quei sensi che potessero surrogare la sua vista.
E’ questa una prerogativa perduta? Oggi tutti gli architetti sono cinici attuatori di subliminali strategie di potere attuate da altri? Oggi tutti gli architetti sono grevi ed incolti tecnici allo sbaraglio che, brandendo una abilitazione professionale dalle incerte origini, occupano quelle posizioni che il mercato dell’edilizia e dell’urbanistica ancora lascia per le loro attività?
Voglio pensare che non sia così, solo così. So, anzi, che non è così.
Vi è una silenziosa presenza di operatori culturali che, nell’edilizia privata e pubblica italiana, seriamente hanno studiato quanto era necessario per poter dignitosamente sostenere le responsabilità del progetto e della costruzione dell’opera architettonica; che continuano ad aggiornarsi ed a confrontarsi: che si mettono quotidianamente in discussione.
E’ questa una presenza diffusa e cospicua. Direi che si tratta di una maggioranza se avessi dati statisticamente rilevabili piuttosto che solo una esperienza ultraventennale dell’ambiente.
A questi signori non viene però accordata nessuna benevolenza, nessuno sconto: il sistema vincente è quello dei rapporti di forza tra politica ed economia. Nel sodalizio, di interessante potenziale se trovasse applicazioni a fin di bene, degli interessi economici e degli interessi politici, il professionista tecnico laureato oggi è una componente il cui peso specifico è irrilevante.
Ergo, il singolo professionista medio italiano è solo l’ologramma di quello che era stato e che potrebbe essere invece l’architetto vero.
Il Sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi denuncia con la consueta veemenza la possibile deriva fashion della ricostruzione in Abruzzo: non posso che condividere.
Da Sindaco di una città che ha uno dei più interessanti centri antichi del Mediterraneo - eppure già esposta ai rischi di una ricostruzione post terremoto effettuata con criteri non condivisibili -, di una città della mia Provincia, ha il mio sostegno intellettuale per una azione di resistenza civile nei confronti delle lobbies di cui prima parlavo.
Il paziente e sapiente lavoro di centinaia di piccoli architetti che vivono ed operano nei loro territori basterebbe da solo a garantire la custodia, la tutela, la manutenzione e - qualora fosse utile e necessario – anche la riedificazione di quanto danneggiato. La ricostruzione e la riparazione dai danni del terremoto, la prevenzione e la gestione del patrimonio edilizio italiano (e in questo una grande porzione è patrimonio artistico e monumentale) non ha bisogno di alcune star che stupiscano con effetti speciali.
In fondo per farci la barba tutti i giorni, senza tagliarci la gola, mica abbiamo bisogno di chissà chi.
Vito Corte
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 13.11.2006 L'eredità di Pasquale CulottaPasquale è stato parte di noi e noi adesso abbiamo un dovere: per noi stessi, per lui, ma anche per le rispettive nostre realtà locali che sono il campo di applicazione delle nostre curiosità, delle sperimentazioni, delle concretezze del costruire. Grazie, Marcello, per aver avuto la necessaria lucidità per stendere questa sintetica scheda biografica di Pasquale. Dal 9 fino ad oggi io, invece, sono andato in giro e, attendendo alle cose di tutti i giorni, invece non ho fatto che pensare, ricordare, rammaricarmi per non aver detto in tempo, non aver fatto.
Il sacrificio di Pasquale, immaturo, improvviso ed in ogni caso mai auspicato, deve allora trovare una sua positività: deve servire per farci tornare a parlare tra noi, a scambiare e condividere le esperienze come si faceva fino a qualche anno fa, deve servire per ricostruire la scuola degli architetti siciliani.
Adesso le condizioni sono mutate rispetto a dieci anni fa: altri focolai culturali punteggiano la regione ed altre aspettative alimentano l'attività di molti architetti siciliani.
Eppure è necessario che la lezione di Pasquale, nonostante le debolezze strategiche su cui sovente abbiamo concordato e che hanno avuto la colpa di disperdere parte della originaria forza innovativa, torni ad essere letta ed applicata.
Proprio per le mutate condizioni al contorno, allora, è necessario che l'attività didattica all'università sia sottoposta ad una rimodulazione del suo ormai consolidato modo d'essere e che, come Pasquale ci ha insegnato, sia improntata al rigore della ricerca, al sacrificio nell'applicazione allo studio, al conseguimento del risultato pieno di valore, non solo "rivestito" di una parvenza immaginifica di accattivanti suggestioni virtuali. E' necessario che il nostro mestiere, come Pasquale spesso ripeteva, sia esercitato con onestà e con senso di responsabilità: quindi se "tempio" è il nostro mestiere, facciamo in modo di cacciar via dal nostro tempio tutti quei mercanti che stanno invadendo - non avendone merito nè titolo- tutti i residui spazi per l'esercizio del mestiere. E' necessario - e il ricordo delle giornate trascorse insieme con lui mi provoca rabbiosi morsi di rimpianto- che l'individualismo lasci le nostre rispettive condizioni d'essere per convergere - nelle forme di colaborazione più compatibili con le variegate esigenze, ma anche più moderne- verso la costituzione di un soggetto culturale e professionale nuovo ed avanzato, che abbia però nel suo atto costitutivo la traduzione in fatti del pensiero e dell'nsegnamento di Pasquale. Ed i fatti dovranno essere modi d'insegnare e di fare didattica, modi di progettare e costruire, modi di scrivere e di fare ricerca, modi di essere partecipi e protagonisti dei dibattiti sulla città, sul territorio, sull'uomo e l'architettura.
Tu, caro Marcello, sei l'unico tra noi ad avere tutte le carte in regola per proseguire con pari dignità di Pasquale il tracciato del suo insegnamento. Dobbiamo, a partire da domani, rivederci e rincontrarci. Tu sai a chi penso e sai come fare per farti artefice della ricucitura di un liso tessuto che per troppo tempo nessuno ha avuto la cura, o il tempo, di rammendare. Sai che ti sono vicino ed a fianco.
Grazie, Marcello.
Adesso ti lascio: devo andare a portare l'ultimo saluto al mio maestro, al suo funerale. Penso di portare anche mio figlio che, in uno slancio di condivisione d'intenti, volli che fosse battezzato - quattordici anni fa- con la mano di Pasquale -padrino sul capo.
Penso di fare una buona cosa di padre, mostrandogli per l'ultima volta un uomo che ha sempre lottato per avere le cose ma che, sempre, si meravigliava di quanto bella fosse la vita! |
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 12.11.2006 Amare Gibellina e il BeliceIl 2 aprile 2006, a Sciacca, grazie all’inziativa di INARCH Sicilia e di Antithesi (un Giornale di critica architettonica on line) ha avuto luogo la presentazione del libro di Mario La Ferla “te la do io Brasilia”. Prendendo spunto dall’incongruenza dei risultati raggiunti nella città sudamericana di nuova fondazione, l’autore espone il proprio reportage sulla vicenda della ricostruzione del Belice e, in particolare, della ricostruzione di Gibellina. Il libro si sforza di improntare la propria documentazione di critica giornalistica ad un equilibrato “cerchiobottismo”, in forza del quale verrebbero prospettate al lettore ritmate prospettive bipartisan: si sa che sull’argomento le due fazioni storiche sono rappresentate dai detrattori ad oltranza dell’esperienza gibellinese, sommariamente gettata nel “sacco del Belice”, e dagli esaltatori ad oltranza della stessa esperienza, altrettanto superficialmente giustificata come rivincita incompiuta dell’arte, e del suo valore ultrasiderale, su tutta l’infima realtà terrena. Eppure, nonostante le formali intenzioni, il libro appare al lettore interessato opportunamente tendenzioso. E la sua faziosità, orientata verso l’accusa nei confronti di Gibellina, è obiettivamente motivata e ragionevolmente giustificabile. Ma non del tutto condivisibile. Tenterò, a titolo puramente personale, di spiegare le ragioni per cui non sarebbero da condividere per intero sia le posizioni d’attacco nei confronti di Gibellina, sia quelle di difesa indomita. Sono, queste, posizioni facili da assumere constatando i luoghi ed il contesto socio economico. L’attacco a Ghibellina, definita un “sogno nel deserto”, da un lato viene reiterato da trent’anni senza che tuttavia si affronti con il necessario equilibrio la complessità delle problematiche che sono state componenti singole del risultato complessivo. Lo stesso La Ferla nel corso di una sua intervista a Paola Micita pubblicata su Repubblica – Palermo lo scorso 8 aprile (cfr. pag. XI), si espone a dichiarare più apertamente quella faziosità che nel libro era stemperata dai capitoli “in difesa”. L’articolo, guarda caso, si apre con un titolo a tutta pagina che dice “Processo a Gibellina”. Ergo, sembra che sia in corso un processo con imputato Gibellina: forse sarebbe stato meglio titolare “il caso Gibellina” oppure, ancora meglio, “l’esperienza Gibellina: ciò che è stato fatto e quanto ancora resterebbe da fare”. Ecco, annoverare come capo d’imputazione a quel processo il fatto che la chiesa madre sia crollata ancor prima di essere inaugurata è una captatio benevolentiae fin troppo facile, così come l’altro luogo comune che gli abitanti siano a disagio tra tante opere d’arte e altrettanta disoccupazione. Non c’è dubbio che solo un temerario oserebbe affrontare il giudizio pubblico con una pur minima speranza di successo, se solo pensasse di contrastare la forza di tali ovvietà con la debolezza del “progetto profetico che utilizza l’arte come collante sociale”. E’ altrettanto certo che molte delle tronfie dichiarazioni autocelebrative, tutte introflesse, del mondo artistico (ma anche della cultura architettonica) possano trovare asilo (o forse esilio) solo in ristretti circoli culturali di spocchiosa e presunta avanguardia o transavanguardia: in un pubblico dibattito, al confronto democratico, non si avrebbe alcuna sorpresa se la posizione dei difensori dell’arte e dell’architettura tout court venisse prontamente messa in minoranza, ed i suoi sostenitori fossero mandati a quel paese. In occasione del convegno di Sciacca, pure utilissimo per trovare spiragli prospettici di intervento sul da farsi e non già inutilissimo esercizio di fucilate a salve verso indefiniti colpevoli, ho provato a tratteggiare il mio convincimento personale, maturato attraverso diverse frequentazioni degli uomini, delle cose e dei fatti del Belice di questi ultimi anni. A mio parere nella storia della ricostruzione del Belice è possibile individuare un “gradiente etico” in tutti i suoi attori ed in tutte le sue comparse, gradiente etico che ha avuto differenti modulazioni percentuali. Voglio dire che il complessivamente insoddisfacente risultato cui finora si è pervenuti potrebbe essere il prodotto finale di una articolata azione di diverse componenti che può essere stata poco o molto cinica, ovvero poco o molto in mala fede. In tale scenario, punteggiato di uomini di governo e uomini comuni, di analfabeti e di uomini colti, sui cui fondali uno Stato invadente eppure assente muoveva popolazioni sprovvedute e rapaci finanzieri, si è commesso un errore ab origine: l’assistenzialismo, ovvero il contributo a fondo perduto, ovvero ancora il “ci penso io a risolvere i tuoi problemi”. Una seria e democratica politica di incentivazione piuttosto avrebbe potuto coinvolgere e responsabilizzare tutti gli strati sociali, avrebbe potuto costruire una nuova classe dirigente che fosse concretamente interprete delle aspettative locali. Avrebbe saputo modulare e coniugare l’innovazione con la tradizione, l’esperimento socioculturale con la saggia amministrazione del “buon padre di famiglia”. Sarebbe riuscita ad assicurare continuità e progressione verso la crescita e lo sviluppo. A questo punto l’attualità del dibattito per Gibellina e dell’intero Belice sta nella possibile acquisizione di coscienza di una condizione ingessata, dipendente in tutto dallo Stato, per porsi interrogativi su come trovare soluzioni compatibili anche con una economia povera. Non ho dubbi che Gibellina sia una città da amare piuttosto che da odiare o snobbare. Da amare, come diceva il Soprintendente di Agrigento, di quell’amore che si riesce a dare ad un figlio storpio, perchè proprio attraverso la condivisione della sua sventura si riesca a guardare il mondo da una diversa posizione. Su tale difficile argomento credo che gli architetti abbiano pochissimo da dire, perché già l’azione e gli scritti di due siciliani purtroppo morti hanno offerto molti materiali perché fossero trovate le risposte: Giovanni Falcone e Danilo Dolci. Eppure l’attualità del dibattito per Gibellina e per il Belice tutto sta nel fare riflettere su come comportarsi, per il futuro, all’indomani di una catastrofe naturale o una guerra: in sostanza credo che la ricostruzione delle case e delle cose dovrebbe diventare una componente accessoria (certo utile ma non esclusiva) della più importante ricostruzione delle società umane sconvolte, annichilite, impreparate. L’Ordine degli Architetti di Trapani può oggi coordinare una riflessione complessa ed articolata su siffatti argomenti, ed intende promuovere entro la primavera, proprio a Gibellina, una giornata di studi difficile da gestire ma finalmente utile. |
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 12.11.2006 ARCHITETTURA, PAESAGGIO RURALE E VILLETTOPOLISpesso alle buone intenzioni di controllo, ordine e tutela del territorio e del paesaggio locale non corrispondono risultati soddisfacenti sotto il profilo culturale. Un buona gestione territoriale infatti dovrebbe essere la conseguenza di una lettura, piuttosto attenta, del territorio naturale ed antropizzato: ciò al fine di trarre elementi e suggestioni utili, perché il progetto possa risultare compatibile con il preesistente e perché la realizzazione di quanto previsto possa costituire un momento di continuità culturale con quanto di positivo finora ha preso forma in quel luogo. In ambito di pregio dovrebbe procedersi, in sostanza, alla stessa stregua di un progetto di restauro: si esaminano i materiali costitutivi, si analizzano le condizioni di conservazione e le cause degli eventuali degradi e, poi, si stabilisce la strategia d’intervento. Il sistema antropico del territorio trapanese è costituito da un insieme di tipologie insediative: alcune aventi qualche qualità documentaria ed etnoantropologica, ed altre prive di connotazione qualitative. Le prime sono costituite, ad esempio, da case sparse ovvero riunite in piccoli agglomerati di tre o quattro manufatti, da bagli e da manufatti isolati. La caratteristica comune ai tre tipi edilizi si riscontra sotto il profilo compositivo: si tratta di piccoli volumi semplici, quadrangolari, sormontati da una copertura a falda semplice o doppia. Nel rapporto pieni/vuoti tra murature e bucature, in essi risulta molto prevalente la massa piena del volume murario, lasciando che le aperture per porte e finestre siano piccoli pertugi ritagliati nella scatola muraria. Le superfici murarie sono quasi sempre rivestite da uno strato di intonaco realizzato con grassello di calce misto a sabbia, di colore giallo chiaro con le cangianze cromatiche proprie dei materiali, ovvero (specie per i ricoveri di animali o di attrezzature) sono lasciate a vista nel loro apparecchio costruttivo di pietrame informe collocato con poca malta di allettamento e accuratamente giustapposto elemento per elemento. Le coperture a falde sono realizzate con travi lignee, listelli, mattoni, sottocoppi e coppi in argilla di colore giallo Esistono pure coperture piane, per fabbricati accessori e di più recente realizzazione. Gli infissi usualmente sono realizzati in legno con doppio battente a libro, sportelli (più raramente con persiane o controsportelli esterni) verniciati a smalto di colore verde o marrone per l’esterno (molto raramente viene utilizzato il blu pervinca, più tipico delle aree prettamente costiere), mentre gli scuri interni di solito sono verniciati di bianco. All’esterno di solito ogni unità, specie se destinata ad usi residenziali, ha un piccolo spazio pavimentato con medesimi mattoni o con pietrame ovvero con ciottoli, prossimo alla porta d’ingresso. Tale superficie, sia che trattasi di unità residenziali che di manufatti a servizio rurale, spesso coincide in alzato con una tettoia lignea ed a coppi, sostenuta da due dritti in muratura o in legno e poggiata al muro della costruzione. Il criterio aggregativo delle singole unità è usualmente improntato alla soluzione di problematiche funzionali: pertanto i corpi si dispongono lungo i percorsi di accesso o le curve di livello, adattando la costruzione all’originaria orografia in maniera che siano ridotti al minimo i lavori di livellamento del terreno di sedime. Piuttosto usualmente vi è un ricco campionario di raccordi effettuati a mezzo di gradini, cordonate, terrazzamenti, piani inclinati ecc. realizzati con misura e con mezzi limitati (pietrame rinvenuto in sito giustapposto a secco ovvero legato da malta idraulica). Diffusi lungo gli spazi connettivi diversi altri elementi edilizi connotavano tipologicamente gli insediamenti: pozzi con lavatoi, abbeveratoi, muri, legnaie e recinti murari (per gli animali da cortile, ma anche per gli orti o la biancheria). Usualmente le abitazioni si sviluppano ad un unico livello, ma non è raro incontrare manufatti a due elevazioni. Se i manufatti isolati mantengono le medesime caratteristiche tipologiche delle case sparse riunite in piccoli nuclei, le tipologie a baglio costituiscono nel territorio in esame una presenza di rilievo. Costituiscono infatti una più strutturata forma insediativa, che riuniva in un insieme architettonico composito, ma di unitaria percezione territoriale, le funzioni produttive con quelle residenziali. I bagli della zona costiera non hanno la struttura architettonicamente compiuta di quelli dell’entroterra della pianura marsalese-mazarese o della campagna alcamese. Nell’impianto era comunque chiaramente riconoscibile il portale d’ingresso, spesso sormontato da un balcone, quando il corpo della casa padronale era situato in corrispondenza con esso. A volte, invece, la casa del proprietario era posta prospetticamente in asse con l’ingresso, a concludere la visuale. Di solito l’accesso all’appartamento padronale avveniva dall’esterno, grazie ad una scala in muratura ad andamento rettilineo accostata ad una parete, ovvero con sviluppo ad angolo. Nel territorio trapanese non si riscontra la magnificenza degli scaloni esterni tipica dei bagli e delle casene della Piana dei Colli palermitana. L’appartamento, di generose dimensioni, riprendeva i caratteri distributivi delle abitazioni urbane coeve, con sale in successione disposte lungo i fronti più rappresentativi e ambienti di servizio, in posizione defilata. Attorno la casa padronale ruotava il mondo della produzione e della residenza subalterna: le abitazioni dei campieri, le stalle e gli altri manufatti sono improntati a grande semplicità formale e materia, in stretta analogia con il linguaggio edilizio delle case rurali prima descritte. Lo spazio aperto della corte presentava alcuni elementi vegetali (rampicanti di bouganvillea o gelsomino, o viti da pergola, piante fiorifere in vaso, e a volte alcuni grandi alberi da frutto e ombra: carrubo, cachi, gelso, fico) ed alcuni manufatti di uso comune: la pila, il pozzo, l’abbeveratoio, il forno. Le stalle e i depositi delle derrate, ovvero del raccolto, costituivano spesso sistemi continui terrani, collegati da successioni di ambienti i cui muri di spina descrivevano archi a tutto sesto in calcarenite. Il territorio locale è pure segnato dalla presenza di edilizia sparsa avente caratteristiche ben diverse da quelle dell’edilizia prima descritta: si tratta di residenze stagionali realizzate, più o meno regolarmente sotto il profilo della conformità urbanistica e paesaggistica, negli ultimi trenta anni. Quasi sempre sono edifici ad unica elevazione, di modeste dimensioni, inserite in piccoli lotti recintati. Il conforto della vegetazione, spesso fortunatamente rigogliosa anche se a volte impropria, stempera il contrasto stridente di tale genere di edificazione con il contesto. In effetti le forme espressive, spesso ammiccanti a quel gusto che imperversò negli anni ’70 definito “architettura mediterranea” ed applicato ad un’edilizia scadente e contenutisticamente povera, tentano di affermarsi con prepotenza nel paesaggio locale, proponendo successioni spropositate di archi, muretti d’attico smerlati o involuti, muri di cinta traforati, superfici trattate a riccio di calce. Il tutto frammisto con altre recinzioni in prefabbricati cementizi, pavimentazioni esterne in scaglie di marmo derivanti dagli scarti di lavorazione, infissi in alluminio anodizzato, ecc.. Insomma, una “villettopoli” di seconde e modestissime case per la villeggiatura popola il paesaggio locale e ne trasforma profondamente l’originaria bellezza. |
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 12.11.2006 COSTRUIRE IN SICILIA. Tra tradizione ed innovazioneLa più recente produzione architettonica siciliana ha metabolizzato la tradizione e le istanze dei Maestri per generare ulteriori forme del progetto. Tale processo, pur fortemente rigenerativo ha prodotto forme di esperienze variegate e non riconducibili a pochi filoni. La frammentazione dell’esperienza edilizia siciliana si alimenta oggi non tanto di postulati teorici sul manufatto e sul territorio della modificazione quanto di occasioni sul campo che si sono avvalse del contingente per realizzare forme ove la disciplina architettonica è spesso stata solo una componente assolutamente minoritaria. Pur nella necessaria selezione tra le opere recenti che in Sicilia sono oggetto di attenzione degli studiosi v’è un riconoscibile orientamento della nostra contemporaneità a non voler superare la concezione della scatola muraria quale involucro di separazione/connessione tra interno ed esterno. Eppure tale ripudio della pura interiorità a favore della contaminazione inevitabile (anzi ricercata) con l’esterno è un atteggiamento molto diffuso altrove. Il gioco sapiente dei volumi puri sotto la luce, di corbusiana memoria, presuppone ancora oggi in Sicilia una matericità ed un cromatismo ridotti all’essenziale: affinché il sole (la luce naturale) possa emozionare l’uomo con le vibrazioni che trasmette alle superfici. Per i piccoli edifici l’intonaco risulta essere il materiale più idoneo al ricoprimento delle impurità costruttive, in un processo di valorizzazione di pochi e forti postulati. Come l’intonaco riveste per intero le superfici degli involucri architettonici, rigira su di esse esaltando lo spigolo, dalla pienezza dei volumi sono ritagliate le bucature attraverso cui consentire la relazione interno/esterno, in un caleidoscopio di direzioni sopra/sotto/davanti/dietro finora inesplorato: la luce naturale penetra le pareti attraverso le bucature ed inonda lo spazio interno. Da qualche lustro in Sicilia, come in altre realtà continentali, si sono sperimentati i materiali da rivestimento, mutuati dalla tradizione (pietre e marmi) o dall’industria (materiali derivati dal vetro, dal metallo, dalla ceramica ecc.), ovvero si è confidato nel magistero delle carpenterie per cercare nei getti di conglomerato, da lasciare a vista, la sintesi tra significato e significante. Percorrendo le nostre contraddittorie città e le nostre ondulate campagne siciliane accade spesso di soffermare l’attenzione su di un manufatto di recente costruzione e di verificare che l’uso di un rivestimento in certe parti dell’involucro non è coerente con la tecnica del buon costruire (vi confliggono spessori, lavorazioni, attacchi ecc.) oppure che certe lastre impongano una modularità leziosa o incontrollabile. Accade pure di vedere, in certe sperimentazioni dell’isola, che la superficie esterna dell’involucro si zoomorfizzi in squame, scaglie e membrature metalliche, molto pittoresche ma anche molto poco originali nel loro scimmiottare goffamente i linguaggi d’oltremanica. Il processo disgregativo delle certezze nell’architettura siciliana si è celebrato con la distruzione della scatola muraria, l’esplosione dei suoi elementi (spesso riconoscibili ad uno ad uno, al di fuori delle gerarchie note) e l’implosione dell’io abitante all’interno dell’occhio telematico delle webcam: proprio come piace a molti olandesi, scozzesi e statunitensi. Per molti progettisti siciliani la luce naturale sembra non essere più necessaria per l’emozione architettonica, perché lo stesso oggetto riesce ad essere radiante luci e messaggi. La lettura ordinata dei paramenti, dei magisteri murari, la rassicurante distensione dello spazio in sopra/sotto/davanti/dietro sono considerate prassi desuete, perchè i ben informati ci dicono che l’interno è anche esterno e viceversa, e noi, senza pensarci su troppo, eseguiamo perché “fa tanto trend”. L’antica matericità opaca e protettiva della casa si smaterializza e il suo diafano essere non offre alcuna resistenza alle violenze ed alle indiscrezioni esterne probabilmente perché essa stessa è, insospettabilmente, il prodotto violento ed indiscreto di una cultura alla deriva. Vi è però in molto di tutto questo un messaggio ed uno stimolo che sono oltremodo interessanti ed utili. Il progettista acquista una nuova libertà e promuove insieme al committente un progressivo abbandono dei desueti processi lineari-deduttivi finora praticati e valorizza le sollecitazioni che provengono da altri attrattori, spesso esterni alla disciplina: il risultato è un metodo di lavoro non lineare, induttivo. Purchè sia un metodo. Sull’argomento è opportuno che si definisca quelli che si ritiene siano gli strumenti migliori per l’acquisizione di siffatto metodo: ciò è rivolto in specie ai giovani architetti siciliani, che rischiano di lasciarsi trascinare dalle fascinazioni di quelle riviste (ovvero delle stesse opere realizzate dai loro insegnanti) che mostrano i più “innovativi” involucri architettonici. Un certo richiamo agli archetipi adesso si sostanzia per meglio chiarire il personale punto di vista. Nella consapevolezza che il progetto contemporaneo sia sottoposto a interferenze sempre più frequenti con altre discipline, ma che è pure sottoposto all’influenza della cultura che ospita il dibattito, ebbene l’oggetto architettonico siciliano in quanto fisicità che presuppone la propria interazione con l’attività umana deve mantenere presente tale condizione. E in ciò dovrebbe, a mio modo di pensare, avvalersi delle forme archetipiche che rimandano a tutte le culture di tutti i tempi e che prescindono, al contempo, da tutte culture di tutti i tempi. E probabile allora che tutto questo ragionamento tra essere ed apparire del manufatto edilizio trovi una descrizione archetipica che possa essere misura sia delle categorie mentali che dei luoghi dell’emozione. Così, come la musica è architettura liquida allora la scultura, la pittura e l’architettura sono musica cristallizzata e le loro puntuali rispondenze nella psiche sono testimonianze del rispecchiamento critico. Il progettista che sarà riuscito a “proiettarsi fuori di sé” con tutta probabilità produrrà una riflessione originale. Che questa rimandi al mito della Tellus Mater e immaginerà un involucro-ventre, o che desideri instaurare un legame con il cielo, immaginando una Montagna Cosmica, sarà una questione di empirismo le cui radici affondano all’interno di ognuno. Ma andrà certamente bene, e meglio di quanti (ri)propongono cliché acquisiti senza alcuna passione e senza alcuno studio. |
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 12.11.2006 PROGETTARE NUOVE CHIESE OGGINon mancherà però chi debba sentirsi nello strettissimo obbligo di avvertire le persone ricche a far buon uso de’ loro averi, principalmente in ornando le Chiese, scelte per propria abitazione da quel di Dio…che ama tanto il decoro della sua casa, che vorrebbe sempre vederla ornata come una Sposa … (G.B. Amico, l’Architetto prattico, 1750)
Sembra che uno dei temi che legano il sentimento del sacro con quello della sua rappresentazione sia stato, nel passato e nella moderna fase post conciliare, quell’ “adornare” le chiese così come nell’ammirata ed affettuosa prassi ora descritta dall’Amico si suole fare per le Spose al giorno delle nozze. Il tema dell’ornamento non vada inteso però in misura circoscritta e delimitata all’interno di un ambito sovrastrutturale che si aggiunge ad altri ambiti precostituiti con carattere strutturale: esso è, invece, fortemente connaturato con la natura stessa dell’uomo e della rappresentazione che questi fa della realtà fisica e metafisica. In effetti il percorso dell’uomo vede il sacro non già come un momento della sua conoscenza, quanto piuttosto come un elemento strutturale della sua stessa coscienza: l’homo religiosus proposto da Mircea Eliade è un uomo che è completamente impegnato a cercare l’Assoluto, con gli strumenti che questo possiede. Sono strumenti dell’intelligenza e della conoscenza (della ragione), ma anche strumenti dell’immaginazione e dell’emozione (del sentimento): insomma sono gli strumenti riuniti dell’homo faber e dell’homo simbolicus. L’edificio sacro (non in forma esclusiva rispetto ad altre forme ed altre fabbriche rispetto cui il tema dell’ornamento si sviluppa, ma in accentuata misura) senza dubbio costituisce emergenza simbolica particolarmente significativa. Sull’argomento un importante contributo critico è stato offerto dal teologo svizzero Von Balthasar negli anni immediatamente successivi alla grande innovazione conciliare: “Ci spaventano in egual misura sia il gran numero di immagini e di statue religiose prodotte negli ultimi due secoli, sia il vuoto che adesso è subentrato. La conseguenza che ne dobbiamo trarre è che la povertà e l’assenza di prospettive in cui ci troviamo si manifestano in tutta la loro gravità sia nell’attaccamento tradizionalistico al linguaggio simbolico dell’arte di un’epoca ormai passata, sia nell’impotenza progressista di creare simboli, adatti al nostro tempo, nel culto divino. Sono inoltre estremamente problematici quei tentativi di una mediazione ispirati a immagini provenienti dalle grandi epoche del passato, che vengono offerte da persone che non sono più in grado di produrre loro stesse un’immagine autentica e che perciò preferiscono fuggire dalla situazione presente, trasferendosi nell’assenza di immagini di tipo orientale”. Tale riflessione fa pensare che nel processo di secolarizzazione che ci vede parzialmente consapevoli attori l’edificio sacro è comunque da ritenere il luogo nevralgico dell’architettura: le Diocesi di Trapani e Mazara del Vallo, come tutta la chiesa cattolica occidentale, hanno da tempo avviato un cammino di sperimentazione ed esplorazione, che rimane una testimonianza d’impegno concreto e serio ma che non è ancora approdato a risultati di vera innovazione simbolica, rimanendo ancora legato alla fase di studio delle possibili sintesi tra passato e moderno. Che siano adeguamenti liturgici operati su chiese antiche o nuove chiese, non v’è dubbio che gli sforzi effettuati dalla Diocesi siano stati molteplici e conformati ad un generale innalzamento della capacità critica di analizzare e rinnovare attraverso la sperimentazione. Non v’è dubbio che dagli interventi realizzati emerga il bisogno di segni santi, di luoghi che siano al contempo di identità locale, di coscienza religiosa e di culto. Il rito, il simbolo, la cultura popolare, le espressioni individuali, il rapporto tra luogo sacro e città, le rappresentazioni figurative del passato e del moderno, sono tutte componenti che la Diocesi ha di fatto studiato per confermare un dato, che supera ogni componente specialistica: gli uomini di questo territorio hanno bisogno di trovare tra le loro case la casa di Dio, per riconoscere se stessi, per ritrovare il proprio volto. Ma, occorre riconoscerlo, siamo ancora in un momento di sperimentazioni, di tentativi e di difficoltà di ricerca. Torno a richiamare la riflessione di Von Balthasar sul fatto che non è ancora accaduto che un incontro tanto radicale tra annuncio cristiano e cultura contemporanea da essere produttivo di una novità di immagine in campo artistico. Applicando tale pensiero all’architettura delle chiese per cercare di trovare una utile prospettiva d’azione vorrei rifarmi al concetto cristiano di Domus ecclesiae, sostanzialmente diverso dal concetto di Tempio pagano: la domus ecclesiae non è un tempio recintato e sostanzialmente diverso dalla casa dell’uomo. Essa è invece rappresentazione dello stesso uomo cristiano: è l’uomo il tempio e la casa ed attraverso questi si dilata e si rappresenta in figure e forme, in decorazioni e rappresentazioni, in spazi e luoghi sacri,la coscienza di quell’uomo di essere dimora di Dio. Da qui, cioè dal lavoro da farsi sull’uomo, può venire la capacità disperare una critica radicale, ma non distruttiva, alla propria attività di intervenire su chiese esistenti o di edificare nuove chiese. |
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 12.11.2006 Il Giardino degli Aromi ai piedi di EriceL’area, di proprietà pubblica, vent’anni prima dell’incarico di progetto da parte della Provincia di Trapani era stata progettata da un Geometra dell’Ufficio Tecnico: l’impianto simmetrico e radiocentrico ancora si intuiva tra i cumuli di detriti, quando filari di bianchi cordoli di pietra descrivevano improbabili percorsi terrazzati. Ma tutto si era fermato alla recinzione (muri con finte bugne sormontati da una cancellata) ed al tracciamento dei viali; nessuna traccia di alberi. Il progetto generale e quelli di primo e secondo stralcio sono stati elaborati da Vito Corte congiuntamente a Luigi Biondo. Dai sopralluoghi preliminari si capiva subito che l’impianto non trovava riscontro nella realtà dei luoghi al di là del perimetro cintato. Il trionfale scalone di ingresso al giardino, realizzato al centro del lato corto dell’area, prospettava miseramente su altre recinzioni condominiali e garages prefabbricati, mentre la “rotonda” ricavata al centro non aveva certo la pretesa d’essere onfalica d’alcunchè. Leggendo il luogo e mettendo a sistema quello con il resto della città trasparivano invece interessanti caratteristiche: la prima veniva dallo studio di uno spigolo del recinto e dalla relazione di questo con la Via Cesarò. Questo è un lungo percorso che parte da Piazza del Cimitero per inerpicarsi lungo il fianco della montagna, descrivendo un leggerissimo arco verso est. Fino ad ieri il procedere secondo quella direzione trovava una sua conclusione in maniera insolita, almeno per il comune intendere una città democratica: contro il cancello della villa di un privato (come se il tracciamento della Via Cesarò fosse stato motivato da questa esigenza). Lo spigolo, anzi l’eliminazione di questo, avrebbe dovuto determinare una rotazione prospettica alla visuale urbana ed una conclusione più giusta a quella lunga ascesa. Il viaggio percettivo cominciato lungo la Via Cesarò ora infatti staziona davanti al grande cancello di ingresso, indi riprende senz’altri indugi fino al fondale, che è scena urbana di diritto. Un’altra delle caratteristiche del luogo era l’andamento inclinato del terreno, tale da far misurare una differenza di quota di circa dodici metri tra i lati corti del rettangolo cintato: dall’ingresso, ottenuto nella posizione prima descritta, decidemmo di far procedere i visitatori lungo un piano orizzontale, e di lasciare solo il balconcino alla quota della cadente di piano inclinato, cioè dodici metri più in alto. La determinazione, che ha comportato notevoli movimenti di materia per ottenere il risultato desiderato, era giustificata da almeno due ordini di motivi: il primo trovava le sue ragioni dalla quantità e dalla rilevanza dei rumori che disturbano quel quartiere; rumori di un traffico spesso congestionato e continuamente lacerato da sirene di ambulanze in transito per il contiguo Ospedale Civico. La seconda ragione è stata climatica: forti venti, in dominanza di scirocco e di tramontana, battono quei luoghi e rendono difficile la permanenza all’aperto; purificano di certo l’aria, spazzando via lo smog, ma non permettono che permangano odori e profumi diversi dall’aroma frizzante dello iodio marino. Abbiamo voluto invece che il procedere cadenzato del visitatore fosse progressivamente al riparo dal vento e da ogni suono molesto. Accompagna il viaggio un lungo muro per 170 metri di rose rampicanti. Il loro profumo guida il non vedente[1], descrivendo i luoghi precipui (l’area di ingresso, la scala, la corte degli aranci amari, la stanza dello scirocco); partecipa con sensazioni prodotte da altri sensi a formare un catalogo immaginifico di circostanze per portare ad essere sfiorati da un’esperienza di meditazione più che di visione: il tatto è stimolato dalle diverse qualità di intonaco sulle pareti (scabro sotto l’incidenza dei raggi solari, liscio se il muro sta in ombra) o dal ritmo del pavimento che scandisce dodici lastre di pietra ruvida ogni fascia di pietra levigata (il passo di 5 metri); l’udito è incuriosito dal tintinnare dei vibrafoni percossi dalle spire di apparecchi eolici o dallo scorrere lieve dell’acqua lungo i rivoli; il gusto delle arance o del rosmarino rimanda ad una domesticità che un luogo pubblico spesso non possiede. I sensi concorrono ad alimentare momenti di astrazione che, nel procedere da Ovest verso Est[2], al loro compimento lasciano l’uomo da solo al cospetto col cielo. Ogni visitatore che abbiamo accompagnato al Giardino ha trovato individualmente e senza alcuna nostra sollecitazione il senso del percorso iniziato dal cancello: rivolgendo lo sguardo verso il soffitto-cielo della Stanza dello Scirocco, si è messo a sedere e per qualche istante ha “ascoltato”. Il programma di costruzione del Giardino prosegue con l’allestimento di altri spazi aperti e chiusi, ma in ossequio alle pur necessarie esigenze funzionali e di redditività; il carattere del progetto architettonico è stato già impresso con questa prima realizzazione. Il completamento dell’opera prevede la sistemazione della collina -belvedere con la messa a dimora di un boschetto di alberi d’alto fusto e la realizzazione di servizi ed attrezzature per la pratica della aromaterapia. A tale fine si è già avviato un programma di intesa con Istituti di Ricerca di Aromaterapia della Francia e della città di Sanremo, in Italia. Il programma finanziario-gestionale della Provincia Regionale prevede la costituzione di una Società Mista tra Provincia Regionale, Università, Istituti di Farmacologia, Laboratori di Cosmetica ed Aziende vivaistiche, per una gestione culturale e produttiva del Giardino, volta a conservare, alimentandone le occasioni di ricerca, la tradizione aromaterapeutica mediterranea e curarne gli aspetti della didattica presso la comunità civile che visita e fruisce del Giardino.
CREDITI
1. Il Progetto del Giardino degli Aromi fa parte di una selezione internazionale di 125 opere realizzate in Europa operata dalla Triennale di Milano ed è oggetto della mostra “Le architetture dello spazio pubblico; forme del passato , forme del presente”, tenutasi a Milano (dicembre 1997) ed a Bari (maggio 1998); catalogo Electa.
2. Fa parte di una selezione regionale di 90 opere realizzate in Sicilia operata dal Comitato Scientifico composto da esponenti dell’Associazione Architetti del Calatino e dell’Università di Palermo, Facoltà di Architettura, ed è stato oggetto della mostra “Architetti in Sicilia”, tenutasi a Caltagirone (febbrario-marzo 1997), Pescara (maggio 1997) e Messina (settembre 1997).
3. Pubblicato sulla rivista internazionale “ABITARE”, MI, nov. 1997.
4. Pubblicato sulla rivista internazionale “AREA”, MI, gen. 1998.
5. Pubblicato sul “Giornale dell’Architettura”, PA, mar. 1998.
6. Pubblicato su “Recuperare l’Edilizia”, MI, apr. 1998.
7. Invitato per la pubblicazione all’interno della monografia “LANDSCAPE ARCHITECTURE DETAILS”, Barcelona, Spain, oct. 1998.
8. Fotografato da Giovanni Chiaramonte (Milano, 1997), con diritti riservati.
9. In mostra all’Esposizione Internazionale “ A Arquitetura do Espaço Pùblico”, Oporto, Portogallo.
RIEPILOGO
[stato anteriore dell’area]
Anteriormente al progetto l’area era una discarica abusiva di rifiuti solidi urbani. La sua posizione, in un quartiere periferico e prevalentemente popolare, risultava marginale rispetto alle ultime edificazioni private (residenze) e pubbliche (ospedale, Seminario Vescovile, Stadio di calcio ecc.), ma al contempo al centro di una realtà urbana intensamente vissuta.
[intenzioni del progetto]
Il recupero della discarica per realizzarvi un Giardino pubblico, ma anche per avviare studi, ricerche ed attività economiche legate alla coltivazione di piante aromatiche ed alla estrazione di oli ed essenze da utilizzare per l’industria cosmetica e tessile.
[realizzazione dell’opera]
L’opera sta realizzandosi per gradi, relativamente alle risorse economiche della Provincia Regionale di Trapani. Attualmente il programma di esecuzione è definito al 40%, ma già da subito tutte le parti realizzate sono utilizzate dai cittadini, che hanno eletto il Giardino degli Aromi come nuovo luogo di incontro e di giochi della città
[1] Ma “non vedenti” sono solo i ciechi?
[2] Analogamente a come avviene nei percorsi processionali dentro le chiese cattoliche |
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 12.11.2006 La trasformazione del porto di Trapani in relazione con le modificazioni urbane e territoriali. Le aspettative ed i programmi.L'antica fondazione della città delinea i suoi connotati fondativi in ragione della strategia politico-commerciale dei Fenici, si consolida con i Greci e si definisce con gli Arabi. In origine il sito era una grande laguna, estesa dal Monte S.Giuliano alla punta di S.Teodoro vicino Marsala. Decine di isolotti punteggiavano il paesaggio costiero. Il primo porto della città fu quello elimo e costituiva l'emporio commerciale della superiore città di S.Giuliano (poi Erice): esso si sviluppava in un'area diversa dall'attuale bacino portuale, nei pressi dell'alveo del torrente Xitta. Il Darban fenicio (darban significa angolo acuto) si definì a seguito di un cospicuo accumulo di sedime proveniente da quel torrente, che ne delimitò i contorni fino a farne conferire dai Romani l'appellativo di Naumachia, cioè di porto adatto ai combattimenti navali, in forza del perimetro definito. La colonizzazione punica portò alla costruzione di un abitato a valle di Erice, essenzialmente destinato a strutture a servizio dei commerci e della cantieristica navale. Il conflitto con i Romani, poi, determinò la volontà di costruire un sistema difensivo strutturato nel Castello a Mare, la Colombaia, e nel Castello di Terra. L'effettiva fondazione di Drepanon (falce), l'odierna Trapani, fissa intorno al 260 a.C. la sua data. La dominazione araba dell'XVII sec.d.C. determinò una profonda caratterizzazione sia del tessuto urbano sia del paesaggio lagunare, che venne fortemente antropizzato per rendere possibile la costruzione delle saline e dei canali, necessari per il ricambio e l'approvvigionamento dell'acqua marina. Con le saline ed il sale la storia di Trapani e del suo porto sancisce un'altra fondamentale tappa: le attività di commercio e di estrazione, insieme con tutto l'indotto, divennero presto le principali fonti economiche della città e per lungo tempo tali rimasero. La flotta mercantile e le banchine si incrementarono fino a far sancire agli operatori del settore importanti accordi commerciali internazionali, grazie anche ad un'altra cospicua fonte di reddito locale, pure proveniente dal mare: il corallo e la sua lavorazione orafa. Durante in secondo conflitto mondiale tutta la città venne duramente sottoposta a distruttivi bombardamenti e le aree portuali, per ovvie ragioni, furono quelle maggiormente colpite. Nel secondo novecento una fase interlocutoria attraversò la storia di Trapani: con la medesima lentezza delle ricostruzioni postbelliche la città si interrogava su quali prospettive di sviluppo avrebbe potuto contare. Per lunghi anni la realtà produttiva locale, tutta tradizionalmente ma autorevolmente collegata con il mare, si fece convertire ad un grigio terziario e le famiglie dei maestri velai e dei maestri d'ascia, i funai, molti salinai, gli orafi, gli argentieri, molti marinai e molti pescatori, i motoristi, quelli specializzati nella salagione del pesce e nella pesca del tonno, scelsero di impiegarsi negli uffici pubblici locali. Solo negli ultimi anni si registra a Trapani un sensibile risveglio delle iniziative produttive: esse provengono da differenziati ambiti e producono, conseguentemente, diversi effetti ma concorrono ad una decisa ripresa economica e culturale della città. Da un lato si verifica un diffuso incremento delle attività connesse con il turismo: ciò determina una diffusa offerta di ricettività, ristorazione e servizi vari, tutti prevalentemente collegati con il mare. Dall'altro lato vi è una attività commerciale collegata al settore dei trasporti per via d'acqua (in specie su containers) che progressivamente va configurando la posizione del porto di Trapani come fortemente appetibile da parte dei più importanti agenti di trasporti e commercio. Vi è anche un nuovo interesse verso tutte le attività da diporto nautico, che comportano diffuse domande di ricettività e di cantieristica, e verso la nautica sportiva: gli sport velici innanzitutto, grazie al forte stimolo determinatosi nel 2005 in occasione degli Acts 8 e 9 della Luis Vuitton Cup per la 32a Coppa America di vela. Vi è infine un nuovo interesse verso la crocieristica, verso la cantieristica di pregio per commesse internazionali, ed i trasporti da e verso le isole minori. L'azione propulsiva degli ultimi anni, che determina scelte di trasformazione e nuove strutture a servizio delle diverse esigenze, sembra essere comunque attenta alle problematiche ambientali e di tutela dello straordinario patrimonio costituito dall'ecosistema delle saline: la Riserva Naturale Orientata di Trapani e Paceco costituisce per la città uno spazio affettivo, della memoria e della tradizione locale prima che un'area sottoposta a vincolo. Il paesaggio dei mulini a vento, dei canali e delle saline, pur così prossimo all'area portuale ed alla città, costituisce una risorsa per Trapani e non certo un impedimento per lo sviluppo del porto. Diverse proposte e soluzioni di misurata trasformazione per contemperare le antitetiche esigenze sono attualmente in corso di definizione: allo scopo si cerca di esaminare anche alcune soluzioni progettuali elaborate in occasioni di dibattito pubblico e in ambito scientifico.
bibliografia:
DEL BONO R. - Nobili A. 1986, Il divenire della città, Trapani.
LA DUCA R. 1978, Rade e porti dell'antica Sicilia, Palermo.
PUGNATORE, G.F. 1989, Istoria di Trapani, Trapani.
BELLAFIORE G. Centro Culturale a Piazza Vittorio Emanuele II a Trapani. Tesi di Laurea in progettazione Architettonica ed Urbana, relatore prof. arch. P. Culotta, correlatore arch. V. Corte. UNIPA, Facoltà di Architettura, a.a. 1995-06.
BUFFA F. Forma Urbis Draepanensis: dalle origini all'alto medioevo. Tesi di Laurea in Topografia Antica, relatore prof. arch. V.Corte. UNIBO, Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, CdL in Beni Archeologici, a.a. 2004-05.
CANDELA A. Forma Urbis Draepanensis: dall'alto medioevo al primo rinascimento. Tesi di Laurea in Topografia Antica, relatore prof. arch. V.Corte. UNIBO, Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, CdL in Beni Archeologici, a.a. 2004-05.
CORTE V. L'isola dei servizi urbani tra il centro storico e la terraferma di Trapani. Tesi di Laurea in progettazione Architettonica ed Urbana, relatore prof. arch. P. Culotta, correlatore prof. arch. M. Panzarella. UNIPA, Facoltà di Architettura, a.a. 1985-86.
FARSACI C. Trapani, compatibilità di una forma sostenibile: progettazione urbana tra norma, progetto e mercato. Tesi di Laurea in progettazione Architettonica ed Urbana, relatore prof. arch. V. Corte , correlatore prof. arch. N.G. Leone. UNIPA, Facoltà di Architettura, a.a. 2000-01.
Malizia G. Da ormos a limen: il porto di Trapani_ analisi di un'evoluzione”. Tesi di Laurea in Topografia Antica, relatore prof. arch. V.Corte. UNIBO, Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, CdL in beni Archeologici, a.a. 2002-03.
VIRGILIO M. Ricostruzione topografica della battaglia di Drepanum del 249 a.C.. Tesi di Laurea in Topografia Antica di Maria Virgilio, relatore Prof. Arch. V.Corte. UNIBO, Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, CdL in beni Archeologici, a.a. 2003-04.
Trapani, la città, il suo porto. Documento prodotto dal Consiglio dell'Ordine degli Architetti di Trapani.TP, 2000.
Punteggiature Marine. Atti del Workshop di Progettazione omonimo. Estratti su “ART'S” n.2/4 e su Abitare n.320. |
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 12.11.2006 IL RUOLO DELL’INVOLUCRO NELL’ARCHITETTURA CONTEMPORANEA ovvero l’esperienza del budino di HegelDurante alcune delle sue lezioni Hegel si soffermava su un esempio, apparentemente banale, per spiegare ai suoi allievi la sostanziale differenza tra “praxis” ed “empirismo”. Cioè tra quanto viene diffusamente riconosciuto in forma di vero attraverso l’uso consueto di forme di valutazione, ovvero la storica condivisione di tali valutazioni, e quanto invece risulta essere il risultato di una esperienza individuale della realtà. Effettivamente la prova del budino, affermava Hegel, è mangiarlo. Il che risponde di sicuro a verità limitatamente alla verifica del budino in quanto commestibile, cioè nell’ambito ristretto di quell’uso del budino che discende dalla abitudine diffusa rispetto ad esso: mangiarlo. Procedere per prassi nei confronti del budino non definisce compiutamente l’intera possibilità di relazione che con esso può instaurarsi: cioè nessuna informazione a noi deriva dalla prassi su certe proprietà che il budino potrebbe avere in ambiti diversi dal divorarlo: ad esempio su eventuali proprietà cosmetiche del budino. Pertanto siamo portati a pensare che il budino esiste ed ha certe proprietà rispetto al solo cibarsene: altri suoi modi di esistenza ed altre qualità normalmente non interessano o sfuggono. La sperimentazione sul budino, invece, può portare notevoli contributi aggiuntivi rispetto alle verità prima dette: possono verificarsi empiricamente molte delle proprietà proteiche, energetiche, psicosomatiche ecc. del budino e dei suoi componenti: tutto ciò senza togliere nulla al fatto prima stabilito, che il budino si mangia. Ragionando per prassi di involucri architettonici, alla stessa guisa del ragionamento seguito per il budino, saremmo portati a ritenere che l’involucro costituisca il rivestimento dello spazio architettonico in sé. Pertanto saremmo portati a ritenere che l’involucro ha una ragione d’essere succedanea allo spazio architettonico, che è definito comunque grazie agli elementi ordinati dal progetto ed alla composizione di essi in quanto spazi di un interno già organizzato. Lo spazio domestico della più recente sperimentazione architettonica internazionale ha fagocitato le innovative istanze del Movimento Moderno che, grazie ad alcuni dei suoi più autorevoli rappresentanti, avevano stabilito importanti avanzamenti critici sull’argomento, rispetto alla concezione tradizionale dell’oggetto architettonico e del suo involucro. I trafori incantati di Perret, le raffinate rarefazioni di Mies, le levitazioni puriste di Le Corbusier, la rassicurante tettonica di Kahn, l’osmosi biologica di Wright e la tecnica misurata di Aalto avevano, insieme, accresciuto di significati valoriali quell’involucro architettonico finora conosciuto per prassi. L’empirismo sorprendente di trovarsi al cospetto di un paesaggio esterno, filtrato da una sola lama di vetro e fino a quel momento confinato dall’opacità muraria ha liberato la mente dell’uomo, tanto quanto la nuova costruzione in cemento armato o in acciaio si era liberata dal vincolo delle superfici con funzione portante. Si diceva che la più recente produzione architettonica ha metabolizzato le istanze dei Maestri per generare ulteriori forme del progetto. Tale processo, pur fortemente rigenerativo – come molti riti antropofaghi- produce forme di esperienza variegata e non riconducibile a pochi filoni. La frammentazione dell’esperienza contemporanea si alimenta oggi non tanto di postulati teorici sull’oggetto architettonico e sul territorio della modificazione architettonica (strutture teoretiche che possiedano una tale forza da continuare a confermare la necessità dell’architettura), quanto di occasioni sul campo che si avvalgano del contingente per realizzare forme della cultura contemporanea ove la disciplina architettonica è spesso solo una componente. Pur nella necessaria selezione tra le opere recenti che sono oggetto di attenzione degli studiosi (selezione operata anche attraverso la tipologia, la destinazione d’uso, la committenza ed altre condizioni) v’è un riconoscibile orientamento della contemporaneità architettonica a superare la concezione della scatola muraria quale involucro di separazione/connessione tra interno ed esterno. Tale ripudio della pura interiorità a favore della contaminazione inevitabile (anzi ricercata) con l’esterno è certamente specchio culturale del capitalismo occidentale; di sicuro non rappresenta un avvicinamento a modelli orientali antichi. Tuttavia si offre alla lettura di un osservatore attento attraverso diversi ordini di gradualità. Il gioco sapiente dei volumi puri sotto la luce presupponeva una matericità ed un cromatismo ridotti all’essenziale: affinché il sole (la luce naturale) potesse emozionare l’uomo con le vibrazioni che trasmetteva alle superfici. L’intonaco risultava essere il materiale più idoneo al ricoprimento delle impurità costruttive, in un processo di valorizzazione di pochi e forti postulati. Come l’intonaco riveste per intero le superfici degli involucri architettonici, rigira su di esse esaltando lo spigolo, dalla pienezza dei volumi sono ritagliate le bucature attraverso cui consentire la relazione interno/esterno, in un caleidoscopio di direzioni sopra/sotto/davanti/dietro finora inesplorato: la luce naturale penetra le pareti attraverso le bucature ed inonda lo spazio interno.
Dall’esperienza italiana (Terragni nel Novocomum) si avvia un processo critico dell’intonaco, recuperando il carattere di durevolezza dell’involucro ma sempre confermando il valore del messaggio purista dell’opera in quanto prisma netto sotto la luce. Si sperimentano i materiali da rivestimento, mutuati dalla tradizione (pietre e marmi) o dall’industria (materiali derivati dal vetro, dal metallo, dalla ceramica ecc.), ovvero si confida nel magistero delle carpenterie per cercare nei getti di conglomerato, da lasciare a vista, la sintesi tra significato e significante. Siza e Baldeweg, Botta e Meier, Rossi e Gerhy, Ando e Venezia sperimentano, con molti altri, forme espressive originali e tutte più o meno “vere” rispetto all’assunto del progetto. Può accadere infatti che l’uso di un rivestimento lapideo in certe parti dell’involucro non sia coerente con la tecnica del buon costruire (vi confliggono spessori, lavorazioni, attacchi ecc.) oppure che certe lastre ceramiche o vetrificate impongano una modularità leziosa o incontrollabile (oltre che la compresenza dei giunti quali ulteriori elementi compositivi dell’involucro, alla stessa stregua dei fori per il passaggio dei tiranti delle carpenterie metalliche usate da Ando e da molti altri). Accade pure che la superficie esterna dell’involucro si zoomorfizzi in squame, scaglie e membrature metalliche, molto pittoresche. Il processo disgregativo delle certezze in architettura si definisce con la distruzione della scatola muraria, l’esplosione dei suoi elementi (ora riconoscibili ad uno ad uno, al di fuori delle gerarchie note) e l’implosione dell’io abitante all’interno dell’occhio telematico delle webcam. West 8, MVRDV, Herzog & de Meuron, Libenskid, Nouvel, Miralles, realizzano paradigmi alternativi alla tradizione: la luce naturale non è più necessaria per l’emozione architettonica perché lo stesso oggetto è radiante luci e messaggi, la lettura ordinata dei paramenti, dei magisteri murari, la rassicurante distensione dello spazio in sopra/sotto/davanti/dietro sono prassi desuete, perchè l’interno è anche esterno e viceversa. Non tanto il solo involucro, quanto l’intero organismo architettonico, si distorce e contorce, si impenna e si comprime, si smaterializza e il suo diafano essere non offre alcuna resistenza alle violenze ed alle indiscrezioni esterne probabilmente perché esso stesso è, insospettabilmente, violento ed indiscreto. I velari metallici che ricoprono ora ordinatamente ora, sempre più spesso, con voluttuosa nonchalance parti dell’organismo, i movimenti lievi di frangisole lignei, l’iterazione delle superfici serigrafate o il cablaggio delle pareti strutturali in guisa di pannelli pubblicitari, rappresentano alcune tra le più recenti ed interessanti esperienze sull’argomento, che si avvicina oggi molto più che un tempo al dressing design, quasi che una rassegna d’avanguardia architettonica contemporanea possa più naturalmente sostanziarsi concettualmente dentro una sfilata d’alta moda piuttosto che nella ricerca sul progetto. Possiamo ritenere tutto questo oltremodo interessante ed utile. Il progettista acquista una nuova libertà, abbandonando i processi lineari-deduttivi praticati e valorizza le sollecitazioni che provengono da altri attrattori, spesso esterni alla disciplina: il risultato è un metodo di lavoro non lineare, induttivo. Purchè sia un metodo. Si innesta qui un breve ragionamento sul metodo del progetto e sulle forme archetipiche dell’abitare. Nelle sue affollate lezioni universitarie, Max Weber era solito soffermarsi sulla differenza tra il dilettante ed il professionista. Il primo può anche pervenire a risultati straordinariamente interessanti e raggiungere livelli di inusitato valore. Ma non sa perché e non sa spiegarsi come ha potuto ottenere tutto ciò. Il professionista invece è perfettamente consapevole dei risultati che raggiungerà giacchè essi sono la conseguenza di un lavoro preparatorio lungo ed accorto. Il professionista, dice Weber, è anche in condizione di assicurare pressocché sempre il medesimo livello di prestazioni. Allora la sostanziale differenza tra l’uno e l’altro consiste nel fatto che il secondo possiede un metodo di lavoro che gli permetta di controllare a posteriori la portata delle scoperte, di apprezzarla e di applicarla in altre occasioni. Afferma Weber in uno slogan diventato famoso “l’idea non sostituisce il lavoro” (anche se lo stesso autore aggiunge che il lavoro dal canto suo non può sostituire a forza l’idea se manca la passione). Si può essere un impareggiabile lavoratore e non aver avuto mai una propria idea originale, ma è pure vero che le idee migliori non vengono in mente a tavolino, nell’ansia del lavoro e della ricerca, ma “fumando un sigaro sul canapé”: certo è però che nessuna idea sarebbe venuta senza il precedente tormento al tavolino.
A cosa può condurre un simile ragionamento? Non certo a considerare molti degli architetti contemporanei che usano sperimentare nuovi ruoli per gli involucri architettonici come dei dilettanti, secondo l’accezione di Weber. Quanto piuttosto per definire, sull’argomento, gli strumenti didattici migliori per la trasmissione della conoscenza e l’acquisizione di un metodo di studio agli studenti di architettura che potrebbero voluttuosamente lasciarsi trascinare dalle fascinazioni delle riviste (ovvero delle stesse opere realizzate) che mostrano i più nuovi involucri architettonici. Il rimando agli archetipi prima anticipato ora si sostanzia. Nella consapevolezza che il progetto contemporaneo è sottoposto a interferenze sempre più frequenti con altre discipline (e che è bene considerare ciascuna per il contributo che può offrire, piuttosto che rifugiarsi nello specialismo autoreferenziale) e che è pure sottoposto all’influenza della cultura che ospita il dibattito, l’involucro architettonico in quanto luogo che presuppone la sua relazione con l’attività umana deve mantenere presente tale condizione. Può avvalersi in ciò delle forme archetipiche che rimandano a tutte le culture di tutti i tempi e che prescindono, al contempo, da tutte culture di tutti i tempi. E probabile allora che l’idea dell’involucro trovi una descrizione archetipica che possa essere misura sia delle categorie mentali che dei luoghi dell’emozione. Allora, come la musica è architettura liquida, la scultura, la pittura e l’architettura sono musica cristallizzata e le loro puntuali rispondenze nella psiche sono testimonianze del rispecchiamento. Se il progetto è conseguenza del librarsi dalla contingenza per risultare il rispecchiamento dell’uomo nell’opera, allora è possibile che un involucro architettonico (pensato nelle innumerevoli forme pensabili) possa trovare asilo nell’esperienza didattica di oggi. Fichte cominciava le sue lezioni esortando “Signori, guardino il muro!”. E dopo una pausa: “Signori, guardino se stessi che guardano il muro!”. L’allievo che sarà riuscito a proiettarsi fuori di sé con tutta probabilità produrrà una riflessione originale. Che questa rimandi al mito della Tellus Mater e immaginerà un involucro-ventre, o che desideri instaurare un legame con il cielo, immaginando una Montagna Cosmica, sarà una questione di empirismo le cui radici affondano all’interno di ognuno. Ma andrà certamente bene, e meglio di quanti (ri)propongono cliché acquisiti senza alcuna passione e senza alcuno studio. |
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 12.11.2006 LA CITTA’ SICILIANA E L’AZIONE CULTURALE DEGLI ARCHITETTI PER RECUPERARE LA TRADIZIONE E PROIETTARSI VERSO IL FUTUROLa città contemporanea siciliana appare sempre più distante da quei modelli urbanistici che fino ai primi decenni del secolo scorso avevano mantenuto i suoi caratteri di forte riconoscibilità: le aggressioni nei confronti delle lussureggianti cinture agricole hanno prodotto quartieri dormitorio e periferie degradate ancor prima che queste fossero abitate; la decennale strategia politica dell’abbandono dei centri storici ha determinato il crollo della rendita immobiliare e il subentro di gruppi etnici socialmente marginalizzati; la carenza di programmazione urbanistica ha prodotto risultati di disordine e di ingiustizia sociale ed infine una difettosa dimestichezza con il bello, l’arte e la cultura hanno prodotto qualunquismo edilizio, kitch d’ornato e paradossali subordinazioni a modelli importati d’oltralpe. Adesso che una certa parte della politica sembra mostrare una interessata attenzione alle potenzialità comunicative dell’architettura, i temi disciplinari che oggi più che prima sembrano attecchire sembra che proclamino il predominio dell’universo visivo, in cui i linguaggi si confondono l’uno nell’altro e producono imprevedibili elementi di sintesi: non c’è dubbio che essi facciano perdere autonomia ai singoli codici tradizionali, eppure se valutati con equilibrio possono schiudere prospettive nuove ed interessanti all’architettura siciliana. A fronte della perdita di riferimenti di certezza teorica (quei riferimenti che hanno sostenuto il progetto moderno anche nella nostra terra) si pone da alcune parti una sorta di “etica del progetto”. Alcuni architetti siciliani (e tra essi i più maturi sono in maggioranza) pensano infatti che tale coscienza etica deve confidare sulla capacità dell’architetto di leggere la realtà e di anticipare la domanda sociale. Ciò con risposte architettoniche che siano severe e rigorose: risposte nelle quali lo sconfinamento autoreferenziale, l’improvvisazione gestuale siano limitati al massimo in favore di un principio che trasformi l’anonimato in valore. Altri architetti (e tra essi i più giovani e rampanti sono in maggioranza) ritengono invece che questa nuova eticità del progetto sia da trovarsi nell’accelerazione della ricerca sperimentale, nello sconvolgimento dei codici canonici, nell’introduzione nella stratificata città siciliana e nel suo pittoresco paesaggio di elementi dissonanti. Tutto ciò in un’ansia di libertà individuale che dovrebbe comportare il risultato di attivare l’interesse del pubblico verso l’architettura perc hè questa possa continuare ad essere “instrumentum regni”. In effetti il ricco nordeuropea ha esportato anche in Sicilia un’architettura che scopre come qualità la sua condizione superflua, che si allinea con le arti che non hanno uno scopo apparente: costruire un edificio può essere non più considerato come la prima finalità dell’azione progettuale. Secondo alcuni temi inseguiti da tali colleghi la finalità del progetto è quella di fabbricare una immagine mediatica del manufatto, una icona dotata dei requisiti dell’istantaneità della ricezione, dell’intensità del messaggio, della complessità figurativa sintetizzata in una sorta di ideogramma visivo. Lo vediamo nelle mostre (poche) di architettura siciliana, nelle pubblicazioni di (pochi) progetti siciliani e nella scimmiottante produzione di alcuni di noi “alla maniera di…”. Su un altro versante di assordante e mortificante silenzio culturale si registra l’azione di altri operatori che non sono gli architetti di cui prima si è parlato, ma che è un’azione costante, presente e quantitativamente ben più cospicua- Eppure la produzione edilizia, a parte alcune doverose eccezioni, continua a celebrare la “rassegna delle occasioni perdute”: non si interroga sulla semiotica del manufatto, non cerca relazioni con il luogo, elabora maldestre imitazioni e diseduca la committenza trascinandola in basso verso il soddisfacimento di elementari bisogni primari, privi di qualità dell’abitare e del vivere. Su tali problematiche l’Ordine degli architetti di Trapani sta riflettendo per promuovere una iniziativa di sensibilizzazione ed insieme una iniziativa didattica verso la società civile e verso i propri colleghi, maturi e giovani. L’iniziativa che si ha in animo di realizzare è quella di produrre un documentario in dvd che riesca a rappresentare l’attuale condizione degli architetti, dell’architettura e del paesaggio in Sicilia, in una rassegna sintetica – ed efficace- di immagini sincopate. Queste, con il moderno linguaggio del “video clip”, racconterà e descriverà l’esperienza degli architetti nel tempo antico e presente e nei luoghi della nostra terra: negli uffici, nelle scuole, nei cantieri, nelle amministrazioni e attraverso le opere realizzate, quelle non realizzate, i disegni, i piani. Tutto in una contestualizzazione fatta di paesaggi costieri e montani, di centri storici e periferie, di campagne, borghi, parchi archeologici e realtà metropolitane, di realtà belle e positive e di realtà brutte e da recuperare. Il prodotto montato, che dovrebbe avere una durata non superiore a dieci minuti, potrebbe avere un forte messaggio verso tutti gli utenti: di solidità culturale e professionale, ma anche di lealtà, correttezza e disponibilità a collaborare con le istituzioni ed i cittadini per tutelare, salvaguardare e valorizzare il patrimonio regionale e concorrere ad una migliore qualità della vita nelle rispettive realtà locali e nella Sicilia tutta. Il dvd realizzato, oltre che in occasione delle iniziative pubbliche promosse dall’Ordine, potrà essere distribuito a ciascun iscritto perché ne faccia opera di diffusione e comunicazione attraverso le proprie conoscenze e potrebbe essere mandato in onda nelle reti televisive locali. Dal punto di vista operativo, l’Ordine chiederà ai propri iscritti di acquisire un certo numero di immagini o sequenze filmiche in formato digitale che rappresentino, per ciascuna realtà locale della Provincia, la condizione, le aspettative, i traguardi e le prospettive, le opere ed i risultati dell’azione degli architetti nel territorio di propria pertinenza. La valutazione del materiale selezionato e la ulteriore selezione fino alla definizione del layout di produzione sarà compito di una commissione appositamente istituita. La regia ed il montaggio delle immagini e delle scene saranno invece compito di professionisti e specialisti del settore, mentre la valutazione complessiva e l’incisività del risultato sarà di competenza della intera comunità coinvolta. |
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 12.11.2006 Lavoro, rispetto della legalità e tutela del territorio. Gli obiettivi comuni degli architetti e di una società siciliana che vuole progredireDa molte parti gli Ordini professionali promuovono, in forme diverse e con risultati altrettanto diversi, il ruolo delle professioni e l’importanza del lavoro dei professionisti italiani. Al vaglio del Governo vi è una legge che dovrebbe riformare profondamente tutte le professioni italiane, insieme con il ruolo degli organismi di rappresentanza istituzionale. Il cosiddetto mercato globale ricerca professionalità e specializzazioni sempre più alte, per soddisfare domande sempre più di nicchia e sempre più articolate. L’università ha avviato un profondo processo di revisione dell’offerta didattica e, dal 2001, imposta i propri insegnamenti sempre più verso formazioni “professionalizzanti”. In tutto questo contesto viene da chiedersi se in effetti il mondo delle professioni in Italia e nello specifico siciliano sia preparato con sufficienza a rispondere alle nuove e mutate esigenze del futuro. Per cercare di chiarire le prospettive attuali dei professionisti siciliani forse sarebbe il caso di chiarire cosa potrebbe intendersi, in una accezione comunemente condivisa, per attività professionale. Per fare ciò sarebbe utile richiamare alla memoria l’esperienza del filosofo Max Weber che, al di là di certe sue discutibili posizioni politico-culturali (che per altro egli pagò a prezzo assai alto), non vi è dubbio che sotto il profilo dei nostri ragionamenti possano trarsi utilissime tracce per spunti autorevoli. Nelle sue affollate lezioni universitarie, Max Weber era solito soffermarsi sulla differenza tra il dilettante ed il professionista. Secondo Weber il primo può anche pervenire a risultati straordinariamente interessanti e raggiungere livelli di inusitato valore. Ma non sa perché e non sa spiegarsi come ha potuto ottenere tutto ciò. Il professionista invece è perfettamente consapevole dei risultati che raggiungerà giacchè essi sono la conseguenza di un lavoro preparatorio lungo ed accorto. Il professionista, dice Weber, è anche in condizione di assicurare pressocché sempre il medesimo livello di prestazioni. Allora la sostanziale differenza tra l’uno e l’altro consiste nel fatto che il secondo possiede un metodo di lavoro che gli permetta di controllare a posteriori la portata delle scoperte, di apprezzarla e di applicarla in altre occasioni. Afferma Weber in uno slogan diventato famoso che “l’idea non sostituisce il lavoro” (anche se lo stesso autore aggiunge che il lavoro dal canto suo non può sostituire a forza l’idea se manca la passione). Si può essere un impareggiabile lavoratore e non aver avuto mai una propria idea originale, ma è pure vero che le idee migliori non vengono in mente a tavolino, nell’ansia del lavoro e della ricerca, ma “fumando un sigaro sul canapé”: certo è però che nessuna idea sarebbe venuta senza il precedente tormento al tavolino. A cosa può condurre un simile ragionamento? Non certo a considerare molti degli architetti contemporanei che operano nel territorio siciliano come dei dilettanti, secondo l’accezione di Weber. Quanto piuttosto per definire, sull’argomento, gli strumenti migliori per la trasmissione della conoscenza e l’acquisizione di un metodo di attività intellettuale e tecnica a tutti quegli architetti che, in assenza di ciò, potrebbero voluttuosamente lasciarsi trascinare dalle fascinazioni delle riviste (ovvero delle stesse opere realizzate) che mostrano i più estemporanei involucri architettonici, oppure che potrebbero rassegnarsi a condurre una stanca ruotine da faccendiere di pratiche tecnico burocratiche in un contesto sterile e sordo alle sollecitazioni culturali. La formazione professionale dell’architetto è oltremodo complessa ed articolata: in essa confluiscono componenti scientifiche e componenti umanistiche; in essa si intersecano pulsioni creative ed artistiche e procedure tecnico-razionali. Per essa è necessario saper contemperare la conoscenza della prassi con la padronanza della norma. Tutto questo necessita di una preparazione universitaria equilibrata ed opportuna; di uno studio attento e rigoroso; un aggiornamento costante e qualificato; di una disponibilità al confronto ed alla verifica periodica del proprio stato culturale e professionale; di una duttilità a comprendere e a saper gestire i processi di trasformazione del contesto ed una capacità di adattamento critico alle diverse condizioni sociali, economiche, culturali. Su tutto questo vi è ancora molto da fare. Occorre la coscienza e la disponibilità degli architetti, occorre la capacità e la lungimiranza di chi governa gli stessi architetti, occorre la serietà e l’impegno etico di chi governa. Come ciascun viaggiatore ha modo di verificare personalmente, il patrimonio culturale ed ambientale di questo territorio è straordinario ed unico: per monumenti, testimonianze antiche e per qualità dei suoi paesaggi. Gli architetti della Provincia di Trapani sono quotidianamente impegnati a proteggere e valorizzare siffatto contesto, con un esercizio professionale rigoroso e spesso difficile, rivestendo indubbiamente un ruolo di interesse pubblico e di utilità sociale. Per raggiungere risultati che possano cominciare a definirsi soddisfacenti occorre, in buona sostanza, ancor più saldare il rapporto di collaborazione tra le Istituzioni, per il raggiungimento di un triplice obiettivo di interesse generale: il lavoro, il rispetto della legalità e la tutela del territorio. |
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 12.11.2006 LA BELLEZZA DELL’ITALIA E’ IN PERICOLO:SUL DECRETO DEL MINISTRO BERSANI E' MEGLIO NON LASCIARSI INGANNARE DALLE APPARENZE E NON APRIRE LE PORTE AGLI SCIACALLI STRANIERI. Dicono che abolire le tariffe equivalga ad abolire le lobbies professionali ed aprire i mercati. Non siamo d’accordo! Questa è demagogia!
Se veramente si avesse voluto innescare la concorrenza tra i professionisti a vantaggio della collettività sarebbero stati varati provvedimenti a favore del Concorso di Progettazione ed a favore degli incentivi fiscali per i committenti privati che ricevono la fattura per le prestazioni professionali. Esprimo forti perplessita’ sul decreto legge Bersani laddove questo si eleva a strumento di sostegno della concorrenza libero professionale, in nome di una dichiarazione d’intenti genericamente condivisibile ma che invece, nello specifico e nella realta’ dei fatti, muove le corde della demogia per spianare la strada alla selvaggia concorrenza ed al colonialismo professionale. Una concorrenza tutta improntata verso la pubblicita’ e l’economicita’: in sostanza sul risparmio sui compensi professionali. E la qualita’ del progetto? E il valore dell’opera d’ingegno? Ed il valore d’interesse generale dell’opera pubblica?
Il quadro delle innovazioni normative nazionali si dipinge di tinte fosche perché, facendo leva su argomenti di facile presa da parte dell’opinione pubblica, alimenta, a parere nostro, dei pericolosi focolai di aggressione del territorio e di devastazione incontrollabile della bellezza del nostro Paese. Pensiamo ad esempio al ruolo di progettisti e direttori dei lavori di opere pubbliche degli architetti e degli ingegneri. Per questi la parcella riconosciuta secondo i minimi tariffari è garanzia per la collettività: permette di esercitare il proprio ruolo sopra le parti a tutto vantaggio dell’opera e, conseguentemente, della collettività. Se invece il minimo tariffario diventasse argomento di contrattazione senza alcun limite, ebbene non sarà difficile immaginare che ben pochi enti illuminati (conosciamo tutti le ridotte risorse economiche di cui dispongono gli enti locali siciliani) continueranno ad affidare i loro incarichi a chi suggerisce la migliore soluzione: ben presto cederanno di fronte alle proposte “indecenti” di ribassi strabilianti, via via fino a spalancare le porte a quelle grandi imprese (quelle sì che sono lobbies…) che si offrono come soggetti attuatori di appalti integrati (che comprendano cioè la progettazione e l’esecuzione dell’opera pubblica). I distinti ruoli di controllore/controllato che finora sono stati esercitati dai professionisti e dagli esecutori delle opere verrebbe meno ed questo punto il futuro dei liberi professionisti sarà segnato, e sarà – nella stragrande maggioranza dei casi siciliani- un futuro di colonizzazione straniera e di sfruttamento delle intelligenze e delle professionalità a basso costo per il datore di lavoro. Non ci si aspetta compassione o comprensione, né si chiede. Ci saremmo aspettati lungimiranza.
Tuttavia siamo moderatamente fiduciosi che l’azione diffusa di tutti i professionisti italiani possa aprire una breccia in questo muro di incomunicabilità alzato in fretta e furia dal governo nazionale e che questi, guardando con serena attenzione la realtà delle piccole Italie di provincia la smetta di snobbarci e ci inviti a dialogare per costruire un futuro migliore. |
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 12.11.2006 LA MOSTRA DELL'ARTISTA FRANCO MINEO E L'ARCHITETTURAUna mostra d’arte di Franco Mineo, promossa e realizzata nella sede dell’Ordine degli Architetti di Trapani, ha il valore della più essenziale ragione d’essere di un antico, ma sempre diverso perché rinnovato, stare critico nel mondo d’oggi.
Gli architetti di Trapani, che sacrificano l’atarassia di uno status professionale altrimenti stagnante sui campi di una coltivazione d’inquietudini e d’un allevamento di interrogativi e irrorano questi di frequenti somministrazioni d’humus e foraggio desiderano studiare Franco Mineo per applicare la sua lezione estetica nel progetto e nella comprensione del paesaggio.
E’ noto quanto la pratica intellettuale che connota gli architetti sia il risultato di una com-posizione (ovvero porre in reciproca relazione) tra teoretica e sperimentazione, di razionalità, tecnica ed immaginazione.
Ebbene, l’ultima ricerca di Mineo verso una ordinata gestione del tratto pittorico può essere emblematica del modo d’essere degli architetti di oggi: operatori di una conoscenza complessa e molteplice, eppure coordinatori degli articolati processi del progetto fino ad essere alchimisti del mestiere.
L’immagine percettiva di Mineo non è racconto di semplicistiche presenze: è anche rappresentazione delle assenze. Di blu dove c’è il rosso; di rosso dove c’è il blu, e così via; sono assenze punteggiate da istantanee apparizioni testimoniali che colpiscono per la loro determinatezza, come il dettaglio architettonico cattura l’attenzione che vaga attraverso il magistero murario. L’immagine di Mineo è suono ascoltabile e materia tangibile, sintesi densa di partes extra partes: è koine aisthesis, cioè quel senso comune che insegna a noi architetti l’etica e l’estetica e che ci sollecita ad andare avanti, tra sacrifici e gratificazioni, tra rigore e libertà. Ospitare Franco Mineo nella casa degli architetti di Trapani è stato un orgoglio ed un onore. Un orgoglio condiviso tra fratelli della stessa terra e un onore per la raffinata... lezione d’architettura. |
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 12.11.2006 NUOVE NORME PER PROGETTARE E COSTRUIRE E INQUIETANTI INTERROGATIVIE’ operativo il Decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti del 14 settembre 2005 denominato “Norme tecniche per le costruzioni”. L’introduzione al testo normativo del Decreto reca un breve messaggio del Ministro Lunardi che,forse in una semplificazione troppo spinta, motiva parte dell’azione di riforma legislativa in materia come atto di indirizzo chiaro ed efficiente per la progettazione e la realizzazione delle grandi opere previste nel nostro Paese: i grandi valichi del Frejus e del Brennero, il Mo.S.E. di Venezia ed il Ponte sullo Stretto di Messina. A parere di chi scrive, invece, la necessità di conformare sotto un unico apparato procedurale e normativo problematiche aventi enormi differenze di “input” e di “output” ha prodotto il risultato di spostare tutti i parametri di riferimento e di controllo verso l’alto della rispondenza alle esigenze prestazionali delle grandi opere, con inevitabile svantaggio nei riguardi della diffusa, piccola e pur sempre importante progettazione e produzione edilizia elaborata e realizzata dal semplice professionista o dalla piccola impresa artigiana. Se poi le considerazioni qui offerte al dibattito vengono contestualizzate nello specifico delle singole realtà locali della nostra Sicilia ecco che in alcuni capitoli, ovvero in molte declinazioni di dettaglio, il disposto normativo sembra rivolgersi ad utenze diverse dalla maggioranza dei soggetti che localmente si occupa di piccole nuove costruzioni, di ristrutturazioni, di modifiche di edifici esistenti, di adeguamenti sismici di porzioni di fabbricati. Nella quotidianità del proprio, dignitoso anche se modestissimo, lavoro. Il Decreto sulle Norme Tecniche per le costruzioni è tuttavia informato ad un principio di alto valore civile: il raggiungimento di una esigenza di sicurezza dell’opera progettata e realizzata. Questo è senza dubbio un obiettivo che garantisce l’incolumità pubblica dai pressappochismi e dalle superficialità che, prima, erano fin troppo benevolmente abbuonate ai progettisti ed agli imprenditori. Non siamo però sicuri che si riesca, con la semplice introduzione di una siffatta legge, a garantire la stessa comunità civile dai ritardi, dalle inadempienze e dalle omissioni di verifica sul patrimonio edilizio esistente che, forse, potrebbe continuare ad andare in rovina ed arrecare gravi danni. Un’altra delle nostra perplessità consiste nel fatto che ancora una volta non si sia voluto modificare una mentalità diffusa in tutto il nostro Paese e legata in forma ormai inaccettabile esclusivamente alla rendita immobiliare: al permanere di tale mentalità crediamo che il Decreto in argomento non riesca a convincere gli operatori che al miglioramento delle procedure per la progettazione e la realizzazione delle costruzioni corrisponda un processo di uscita dalla crisi del settore edile, nè riesca a convincere gli amministratori locali che in tale maniera si otterrà l’auspicato rilancio produttivo dell’edilizia italiana e del suo indotto storico. Il mercato immobiliare infatti si è fino adesso mantenuto alimentando parametri di valutazione del valore assolutamente semplicistici: ad esempio, la superficie del fabbricato piuttosto che la qualità del prodotto. Una qualità che dovrebbe essere intesa in termini di caratteristiche ambientali e tecnologiche, di offerta prestazionale dei componenti e dell’insieme costruito, del risparmio energetico o ambientale, della dotazione e della qualità degli ambienti e degli spazi di pertinenza, delle metodologie e delle procedure di project management seguite, dei costi di costruzione, di gestione e manutenzione, e così via. In ultimo, e tornando ai contenuti delle Norme Tecniche per le Costruzioni, sovviene un inquietante ma fantasioso interrogativo: chissà se una mirabile opera come la Sagrada Famila progettata da Antoni Gaudì e ancora in corso di costruzione, piuttosto che a Barcellona fosse stata a Milano avrebbe trovato verifiche e nullaosta ai sensi del Decreto del 14 settembre 2005? |
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 12.11.2006 PER LA RICOSTRUZIONE DELLA CHIESA MADRE DI VITADal momento che la destinazione all'azione liturgica la qualifica radicalmente, l’edificio “chiesa” non si può considerare una generica opera architettonica. Esso infatti è debitore della sua conformazione alla relazione intima che lo lega all'assemblea del popolo di Dio che vi si raduna. È l'assemblea pertanto che “genera” e “plasma” l'architettura della chiesa. Chi si raduna all’interno dell’edificio ecclesiale è la Chiesa - popolo di Dio sacerdotale, regale e profetico - comunità gerarchicamente organizzata, che lo Spirito Santo arricchisce di una moltitudine di carismi e ministeri. L'assemblea riunita, manifestando nella sua conformazione e nei suoi gesti il volto della Chiesa, è una realtà eminentemente viva, dinamica, “storica”, in continua, anche se lenta, trasformazione (4) . Di conseguenza anche il manufatto della chiesa - almeno per quanto riguarda la tradizione latina - non può essere definito una volta per tutte, ma va modificandosi, come d’altronde testimonia ampiamente la storia dell'arte occidentale (5).
Non c’è dubbio che nel progetto di un edifico ecclesiale l’elemento di cerniera dovrà pertanto essere il chiaro e stretto legame tra Assemblea e l’edificio nel quale avviene la celebrazione (6). Vi è nel progetto per Vita ancor più che in altri contesti per i quali non si registra stratificazione storica un altro importante argomento di riflessione critica metaprogettuale: lo spazio ecclesiale per la liturgia è in forma eminente una architettura della «memoria», poiché propone e rilancia nel tempo, anche a distanza di secoli, messaggi legati al mondo rituale e alla cultura che Io hanno espresso. Gli edifici chiesa, infatti, sono documenti storici; essi sono state costruiti non tanto come monumento a Dio o all'uomo, ma come luogo dell'incontro sacramentale, segno del rapporto di Dio con una comunità, all'interno di una determinata cultura e in un preciso momento storico. Accade allora che anche lo spazio, come il tempo, venga coinvolto dalla celebrazione del mistero salvifico di Cristo e, di conseguenza, assuma caratteri nuovi e originali, assuma una forma specifica, tanto che se ne può parlare come di una “icona”. Ad esempio, la chiesa-edificio si può considerare una “icona escatologica” grazie al collegamento dinamico che unisce il sagrato alla porta, la porta all’atrio, l’atrio all'aula, l’aula all'altare, la stessa aula all’ambone ed al fonte battesimale e che culmina nell'abside ovvero nel Tabernacolo. Ciò grazie all'orientamento di tutto l'edificio, al gioco della luce naturale, alla presenza delle eminenzialità liturgiche ed al programma iconografico. E’ pure vero che nella progettazione, nella costruzione e nella fruizione di un edificio liturgico si rifletta, in qualche modo, la vita della comunità cristiana nel suo incontro con Dio attraverso la liturgia e il culto. Da questo punto di vista, la chiesa-edifìcio si può considerare una “icona ecclesiologica”: di volta in volta essa è sentita come luogo della Chiesa in festa, come luogo della Chiesa in raccoglimento e in preghiera, come luogo in cui la Chiesa esprime la propria natura intensamente corale e comunitaria. C’è anche il problema della scelta delle forme, dei modelli architettonici, dei materiali: ognuno di questi ha il fine di manifestare la realtà profonda e complessa della Chiesa cristiana (7).
Le recenti Note della Commissione Episcopale per la liturgia del 1993 e del 1996 suggeriscono al progettista di prestare attenzione ad alcune problematiche che sono di particolare rilevanza.
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La promozione dell'unità dell'assemblea che celebra e la salvaguardia dell'unicità e centralità dell’altare sono preoccupazioni prioritarie che devono guidare l'impostazione dell'intervento nella sua globalità.
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I luoghi celebrativi per la celebrazione dell'Eucaristia, del Battesimo, della Penitenza vanno considerati nelle loro singolarità e nelle loro relazioni reciproche; in particolare, per quanto riguarda il presbiterio, va assicurata la sua unitarietà di progetto, la precisa interconnessione dei suoi elementi (altare, ambone, sede presidenziale) e, al tempo stesso, la individualità di ciascuno di essi.
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Le sedi del presidente, dei ministri e dei fedeli vanno studiate in relazione sia alle funzioni che devono essere svolte dai vari celebranti, sia in relazione alla più adatta collocazione spaziale, sia alle condizioni di buona conservazione dei manufatti.
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II ruolo degli altari laterali dovrà essere risolutamente attenuato in modo tale che non appaiano alternativi o in concorrenza con l'unico altare della celebrazione.
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L’illuminazione naturale e artificiale va verificata al fine di far risaltare l’importanza dei luoghi celebrativi, secondo i rispettivi significati proporzionali (8).
Il progetto di ricostruzione della Chiesa Madre si sviluppa e si articola cercando di attenendosi con scrupolo e rigore a tali indicazioni. Dal portale della facciata principale, ricostruita nelle dimensioni volumetriche secondo le verifiche analitiche già descritte, si accede all’atrio. Esso è pervaso da una diffusa penombra che avvolge anche la cappella per la venerazione del Santo protettore e la penitenzeria. La collocazione di quest’ultima in area prossima all’ingresso e la sua vicinanza con il battistero “richiama il significato della penitenza come recupero della grazia battesimale e come punto d’arrivo del cammino di conversione, luogo di ritorno a Dio e del passaggio alla vita nuova”. I luoghi per la penitenza sono costituiti semplicemente da due panche in muratura (la buona visibilità della “sede confessionale” diventa un richiamo costante alla misericordia del Signore che, nel segno sacramentale, riconcilia a sé il discepolo che si converte, comunicandogli la sua pace e riaggregandolo al popolo di Dio) (9). Sul lato opposto alla sede confessionale si trova il Fonte Battesimale che la tradizione ha “generalmente collocato in prossimità dell’ingresso della chiesa come migliore spazio per il sacramento che introduce nella comunità cristiana. Come di norma, infatti, il percorso della iniziazione cristiana porta dal battesimo (fonte battesimale) verso l’Eucarestia (altare)”. Lo stesso è pure posizionato in stretta relazione con il monumentale ambone, di cui si dirà appresso (10). Particolare attenzione è stata posta nella progettazione della luce. Attraversata la penombra dell’atrio l’aula sarà avvolta da una luce assoluta, una luce chiara e morbida che dissolverà le ombre in un chiarore totale. È questa una luce che sembra porsi in antagonismo con il buio che spesso ha pervaso l'intera storia dell'edificio sacro della cristianità, facendo di cattedrali, chiese e cappelle luoghi fortemente chiaroscurati che vivono di contrasti dalla scenografica intensità. La luce della ricostruita Chiesa Madre di Vita avvolgerà chi sosta nell'aula di un confortevole abbraccio ed immergendo la comunità dei fedeli in una condizione mistica con il sacro sottolineata dai fiotti di luce che inonderanno l’altare (11). a spazialità dell’aula bianca, ottenuta sulla traccia dell’originaria chiesa demolita, scardina alcuni canoni classici propri della navata longitudinale dilatandosi plasticamente e generando suggestioni dinamiche: eppure la memoria degli spazi non più esistenti e la tradizionale affezione verso un’aula “orientata” rimane ancora viva perchè riconosce molti elementi di somiglianza. Le pareti sono inclinate e cambiano continuamente spessore, il tetto si innalza, lo spazio esplode nei corpi laterali raccordati all’aula attraverso decise incisioni dello spessore delle membrature. Centro nevralgico al quale la comunità riunita si rivolge è l’altare “... segno della presenza di Cristo, sacerdote e vittima, è la mensa del sacrificio e del convito pasquale che il padre imbandisce per i figli nella casa comune, sorgente di carità e unità. “
Per evocare la duplice dimensione di mensa del sacrificio e del convito pasquale, in conformità con la tradizione, la mensa dell’altare cubico, con i suoi lati tutti ugualmente importanti è di marmo bianchissimo.
(Gli antichi Padri della Chiesa, meditando sulla parola di Dio, non esitarono ad affermare che Cristo fu vittima, sacerdote, e altare del suo stesso sacrificio.
A destra dell’altare è la sede del presidente ben visibile da tutti e in diretta comunicazione con l’assemblea.
Oltre l’altare e la sede del presidente, fa parte del presbiterio anche l’ambone al quale si accede per mezzo di una scala.
Nella sua posizione, rappresenta così una “nobile ed elevata tribuna” dalla quale viene proclamata la parola di Dio, in stretta relazione con l’altare, con il fonte battesimale e in posizione dinamica con l’assemblea.
Una collocazione tradizionale della custodia eucaristica, alle spalle dell’altare maggiore, avrebbe indebolito la percezione della centralità dell’altare e, data la distanza dai fedeli, avrebbe rischiato di non favorire la preghiera privata e l’adorazione personale.
Pertanto si è pensato di collocare il tabernacolo in una porzione di aula posta ad una quota inferiore rispetto al piano principale.
A tale spazio, infatti, si approda attraverso una piccola scalinata che introduce in una sorta di cripta, di spazio sacro, memoria di antichi impianti romanici europei, come anche tracce dell’antica chiesa di Vita.
Qui la luce è smorzata e penetra da una fessura orizzontale che distacca la parete dal suolo come in una sorta di levitazione materiale. Il Tabernacolo, incastonato nella roccia, sembrerà levitare, immerso nella luce.
Allo stato attuale si destina un piccolo locale, posto in prossimità con il luogo della Custodia eucaristica, per le funzioni di sacrestia. Esso avrà una sua ragion d’essere fintantoché non verrà realizzato un altro attiguo corpo di fabbrica, sulla traccia della originaria cappella costruita da Vito Sicomo e pure demolita. Le previsioni del Piano Particolareggiato sono, nel merito, molto precise: la destinazione urbanistica del ricostruito manufatto sarà per attività a servizio della ricostruendo chiesa madre; quindi sacrestia, uffici parrocchiali, servizio igienico, archivio.
La dualità spazio-morfologica dell’organismo architettonico consiste nella doppia massa volumetrica leggibile dall’esterno e dall’interno: esse non corrispondono, anzi godono di una gratificante autonomia spaziale. Se quella esterna infatti risponde alle esigenze contestualizzanti del sito la spazialità interna è i risultato di quella dichiarata modellazione spaziale che è sintesi tra liturgia ed assemblea. Lo spazio interno, allora, è modellato seguendo il principio, caro ad O.M. Ungers, della “scatola nella scatola”. Esso non è però la semplicistica applicazione del concetto della “matrioska”: la forma contenente non è medesima alla forma contenuta, ma desolo più grande. Nel nostro caso, invece, la forma contenente ha una sua autonomia linguistica assolutamente riconoscibile, in tutti i punti di “somiglianza” ed in tutti gli elementi di “discontinuità”. L’involucro interno è in effetti una membrana realizzata secondo i presupposti della tecnica scenografica, realizzata con pennellature in cartongesso sostenute da telai metallici: è una macchina scenica per comprimere o dilatare lo spazio, per focalizzare l’attenzione, per lasciare penetrare la luce naturale o per conferire matericità sovrannaturale alle sezioni murarie.
Nella sua facies esterna la chiesa, che come già ampiamente esplicitato, fa convivere memoria storica e contemporaneità, proietta all’esterno parte della sua forma plastica: si innalza, si apre, accoglie la comunità cristiana e grazie alle grandi vetrate movibili, permette la celebrazione dei momenti liturgici anche al suo esterno, trasformando occasionalmente anche l’intera Corte Baronale (che dovrà pure essere ricostruita, secondo le indicazioni del Piano di Recupero) in spazio per le celebrazioni all’aperto.
Anche in questo caso di celebrazioni che trasformerebbero la piazza pubblica in una grande “ecclesia sub die” il punto focale continuerà ad essere l’altare che raduna e convoglia l’assemblea dei fedeli verso di sé. |
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 12.11.2006 La pianificazione di vincolo paesistico siciliana si scontra con la pianificazione urbanisticaL’estate siciliana, è noto a tutti, è sempre torrida.
E’ nelle cose, allora, che venga ancor meno voglia di seguire con attenzione l’evoluzione (sic!) dell’attività parlamentare regionale e quella degli uffici collegati. Ed è pure tutto proprio delle cose che appartengono alla storia legislativa siciliana il ricorrente ricorso alla pubblicazione di norme on the beach, che si traducono in capestri non appena il torpore estivo viene scosso dalla brezza autunnale. Alla ripresa post feriale, alla riapertura delle scuole, al riavviarsi delle più diffuse attività lavorative, ecco che ai professionisti siciliani si è prospettata una duplice problematica, risultato di un braccio di ferro che ormai da tempo è ingaggiato dalle due anime del medesimo corpo: il corpo dovrebbe essere la Regione Siciliana e le doppie anime sono da un lato l’Assessorato Regionale al Territorio ed Ambiente e dall’altro l’Assessorato Regionale ai Beni Culturali ed Ambientali. Il braccio di ferro, che utilizza gli strumenti normativi per affermare a forza di gazzette ufficiali il primato dell’uno rispetto all’altro per scopi e finalità forse non completamente di interesse pubblico, in sostanza stabilirà per il “vincitore” il diritto di controllare (in verità, negli atti normativi si legge “di valutare la compatibilità”, con un eufemismo tutto bizantino) tutte le iniziative produttive, di salvaguardia e tutela, di valorizzazione e di gestione, di programmazione e sviluppo che sono in corso e che sono in fase di definizione nell’intero territorio siciliano. Non è roba da poco.
L’Assessorato al Territorio ed all’Ambiente ha emanato un decreto recante “disposizioni relative alla valutazione ambientale strategica su strumenti di programmazione e di pianificazione inerenti le materie indicate nell’art.3 paragrafo 2° della Direttiva n.42/2001/CE”, mentre l’Assessorato ai BB.CC.AA. ha pubblicato il primo dei diciassette Piani Territoriali Paesistici che derivano dall’approfondimento delle Linee Guida del Piano Paesistico Regionale. All’interno del contenuto di cui alla titolazione in perfetto burocratese, che scoraggerebbe il più stacanovista osservatore dal verificare (sotto il solleone di luglio) cosa diavolo sia la Direttiva Comunitaria n.42/2001, e quindi a studiare il contenuto dell’articolato normativo regionale, il decreto del legislatore al Territorio ed all’Ambiente ha una importanza notevole. Un’importanza rilevante ed un’effetto pressocchè identico all’azione di quegli spray paralizzanti che le ragazze newyorchesi portano in borsetta per essere nebulizzati addosso ai rapinatori e agli aggressori. Nel caso specifico, il sillogismo dell’effetto narcotizzante sul rapinatore ed aggressore delle ragazze vada inteso come assimilabile all’effetto narcotizzante sugli organi di programmazione, tutela e controllo del territorio: i rapitori e gli aggressori (del territorio e del paesaggio) qui avrebbero libertà di movimento. Dice in sostanza il decreto dell’Assessore al Territorio: tutti gli strumenti urbanistici elaborati per i settori agricolo, forestale, della pesca, dell’energia, dell’industria, dei trasporti, della gestione dei rifiuti e delle acque, delle telecomunicazioni, del turismo, della pianificazione territoriale e della destinazione dei suoli, devono essere sottoposti a (o riesaminati sotto il profilo della) Valutazione Ambientale Strategica, “V.A.S.” per gli amici. Tutto questo enorme apparato di normativa urbanistico-territoriale, nella nostra Sicilia nella quale la redazione di un solo Piano Regolatore Generale mediamente occupa una dozzina di anni, dovrà essere verificato e riverificato (perché sembra che la disposizione abbia carattere retroattivo almeno per i Piani in avanzato stato di definizione o per quelli sul punto di essere esaminati dall’Assessorato) per “valutarne la compatibilità” (è l’eufemismo di prima) sotto il profilo ambientale e strategico. Ciò attraverso un nuovo elaborato, che si affianca alla Valutazione d’Impatto Ambientale, da predisporsi non si sa bene a cura di chi e in che forma (questa V.A.S. chi la elabora, il progettista del Piano, gli Uffici tecnici, professionisti esterni; inoltre, quali saranno i corrispettivi prestazionali: dovrà essere una relazione descrittiva, una schedatura costi/benefici, un elaborato progettuale a scala architettonica o a scala urbanistica? Nessuno lo sa) e da definirsi attraverso i consueti (e poco rassicuranti, per la nostra esperienza delle cose locali) passaggi: pubblicazione su G.U., pubblica ostensione, osservazioni ed opposizioni, controdeduzioni, pareri delle commissioni consultive regionali, decreto assessoriale. Secondo autorevoli rappresentanti della professione e dell’accademia, che già si sono riuniti per promuovere un ricorso amministrativo, la unica e vera conseguenza di una così fatta norma di recepimento comunitario sarà quella di “collocare i Piani in un limbo senza tempo, con la probabile decadenza delle norme di salvaguardia e la conseguente incentivazione di concessioni e di lottizzazioni in forza degli strumenti urbanistici ancor prima vigenti”. Questo, sinteticamente, è il fronte di una delle anime governative siciliane, l’Assessorato al Territorio ed all’Ambiente. Un’anima che, temporaneamente portato in secca il “disegno di Legge per la riqualificazione delle coste”, (salvo poi farlo nuovamente immergere in navigazione quando e se le acque si calmeranno), ha cercato di contrastare l’avanzata dell’altra anima, quella dell’Assessorato ai BB.CC.AA., verso la conquista di postazioni storicamente mantenute. In verità quest’ultimo Assessorato, smorzati gli spot da avanspettacolo accesi sul Piano del Colore, (che avrebbero voluto far sbrilluccicare tutte le facciate delle case siciliane di fascinosi quanto patetici cromatismi di un ancien regime mai compiutamente compreso, ma che avrebbero relegato al dopo – cioè al mai- la soluzione dei problemi veri delle periferie, dei centri storici e degli agglomerati urbani e suburbani abusivi); verificata l’ingestibilità di certe istrioniche primedonne incaricate d’imperio per consulenze su siti archeologici di primario valore, in verità l’Assessorato ai BB.CC.AA. avvertiva una esigenza di “visibilità” rispetto al Territorio. Una ottima, perché autorevole, circostanziata ed equilibrata visibilità tutti i professionisti siciliani avevano riconosciuto ai Beni Culturali in occasione della pubblicazione delle Linee Guida del Piano Paesistico Regionale, approvato con Decreto del 1999. Quindi l’Assessorato decise di premere sull’acceleratore per la definizione di almeno un Piano locale, sulla scia del gradimento di quello regionale. Nel Piano Paesistico Regionale tutti, più o meno, concordavano sull’impostazione generale, che desiderava affrontare quelli che vennero definiti i tre nodi problematici esistenti tra pianificazione e tutela del patrimonio paesistico. I tre nodi erano: rapporto tra la pianificazione regionale e quella locale, rapporto tra la pianificazione paesistico-territoriale e quella urbanistico-territoriale e infine rapporto tra le misure urgenti di salvaguardia e processi ordinari di pianificazione: un modo per dire che, sciolti questi tre nodi, si poteva finalmente gestire con serenità il presente ed il futuro, in armonia e con senso dell’equilibrio. In occasione del P.P.R. venivano individuati diciassette “Ambiti” che, per caratteristiche di omogeneità dei valori paesistici, andavano a tratteggiare quelli che sarebbero stati i riferimenti per l’elaborazione di successivi Piani, i Piani Territoriali Paesistici. Sotto il profilo della tutela ambientale la somma dei diciassette Ambiti interessava il 41% dell’intero territorio isolano. Ovviamente (ma l’ovvio, per noi in Sicilia, dipende sempre dal personale punto di vista) ci si aspettava che tale percentuale di aree sottoposte a tutela fosse, punto più punto meno, sostanzialmente rispettata. Cioè: in considerazione dell’alta qualità del lavoro di analisi e di orientamento del Piano Paesistico Regionale, tutti si aveva la garanzia che nessun elemento di pregio, nessuna qualità ambientale, nessun “bene isolato” fosse stato dimenticato e che tutti i “detrattori di qualità ambientale” fossero stati identificati. Quindi, dalla pubblicazione dei singolo Piani non ci aspettava sorprese particolari. Ebbene, con la pubblicazione estiva del primo dei Piani Territoriali Paesistici, quello che nel cosiddetto Ambito 1 si occupa di una fascia territoriale di competenza dei Comuni di Erice, Valderice, Buseto Palizzolo, Custonaci, S,.Vito lo Capo e Castellammare del Golfo, abbiamo appreso che l’intero territorio, il 100%, è sottoposto - nei fatti più che nella forma- ad un regime di vincolo. Abbiamo appreso pure che tale Piano è da intendersi sovraordinato a tutto (il braccio di ferro di cui sopra…) e che le norme di salvaguardia più restrittiva saranno in vigore nei casi (cioè tutti) di non rispondenza tra lo strumento urbanistico e il Piano Paesistico. Lo scenario è interessante: le prospettive occupazionali degli architetti, degli ingegneri, dei geometri, degli agronomi, dei geologi, dei periti industriali sono finalmente ad una svolta. Nel senso cioè che finalmente sappiamo di che morte moriremo. Tralasciando le prospettive di tutto il mondo produttivo siciliano, non perché estranee al processo ma solo perché non si ha titolo per parlarne, abbiamo motivo di ritenere che l’argomento meriti diversi approfondimenti, anche per riuscire a porre in relazione quanto si produce in Sicilia e quanto avviene nel resto d’Italia in ordine all’argomento “governo del territorio”. Ad esempio, vi sarebbe da approfondire i contenuti del nuovo Codice Urbani che, dal 1° maggio 2004, costituisce anche per la Sicilia un riferimento normativo certo e chiaro (sulla chiarezza magari avanziamo alcune riserve, ma sul fatto che sia in vigore in Sicilia non c’è dubbio) e rispetto al quale il Piano Territoriale Paesistico di Ambito 1 avrebbe dovuto adeguarsi prima di essere pubblicato e diventare “cogente”. Ma di questo e di alcuni particolari aspetti di dettaglio, vista la complessità e l’interesse per tutti noi, se ne discuterà meglio la prossima volta.
Tanto, ormai, l’estate è passata. |
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 12.11.2006 CONFINI COMUNALI: GLI ARCHITETTI SI DICHIARANO DISTANTI DALLE BEGHE DI CAMPANILE TRA COMUNI VICINIE PROPONGONO UNA MODERNA PIANIFICAZIONE STRATEGICA PER LAVORARE DI PIU’ Da qualche tempo nella provincia di Trapani vi sono interessanti proposte che riguardano un diverso assetto di alcune realtà territoriali ed amministrative. Il perno del dibattito, spesso acceso perché fortemente sentito dai cittadini e dai politici locali, riguarda Trapani, ma anche Erice, Paceco, Valderice, Custonaci e Buseto Palizzolo, ed i rispettivi confini comunali. Alcune istanze spingono a semplificare il problema circoscrivendolo alla sola realtà prevalente (quella di Trapani) e integrando a questa quella amministrativo-territoriale di Erice, prospettando dei vantaggi economico-fiscali e dei proventi statali che ne deriverebbero dall’incremento della popolazione ottenuta per fusione amministrativa. Altre affidano al ridisegno dei confini amministrativi locali le speranze di soluzione di oggettivi disagi e sprechi. Altre istanze infine si forzano di avere un approccio sistemico alle problematiche che, in effetti, hanno molti fattori comuni. Tra esse, quella che sembra essere più all’avanguardia in termini di modernità è una proposta che, avanzata da una frangia minoritaria di assertori, trova le proprie motivazioni alla visione “strategico-integrata” del problema territoriale locale guardando quelle che sono le più recenti esperienze europee (Barcellona, Lione, Glasgow, Stoccolma, Francoforte, Lisbona, ecc.), e che solo da qualche anno vedono alcune città italiane lanciate in esperienze di pianificazione strategica. A parte Torino, Firenze e Venezia, che hanno complessità diverse e maggiori, tale pianificazione innovativa è partita soprattutto in realtà urbane di medie dimensioni (Pesaro, Trento, Verona ad esempio) ed è attecchita anche in realtà costituite da aggregazioni di piccoli comuni. Entrambe le diverse tipologie di contesto hanno perseguito l’obiettivo di migliorare l’efficacia delle politiche urbane e i servizi per la collettività. Si tratterebbe quindi di avviare un processo di governance “a più teste”, che riesca a costruire una rete di attori e di politiche, di interessi e di obiettivi comuni al fine di trovare una visione condivisa del futuro del territorio amministrato. Ovviamente si tratta di una visione di sviluppo che prevede alcuni immediati vantaggi ma che vedrebbe i maggiori risultati nel lungo periodo: quindi andrebbe corretta l’ansia da risultato che spesso anima gli amministratori locali dell’ultima generazione. Quello proposto è un intervento su una area vasta, che selezioni obiettivi che coincidano con quelli dei governi regionali, nazionali e comunitari e che riesca ad avviare processi di trasformazione territoriale realizzabili grazie alla concertazione. Si tratta inoltre di un modo di governare il territorio che riesca ad interessare possibili investitori economici offrendo loro un quadro di competitività sovralocale e internazionale tra comuni, città e territori diversi. Allora la costruzione di solide reti e stabili patti tra i diversi soggetti nelle diverse città e la promozione di strategiche alleanze tra esse potrebbe finalmente farci uscire dai dannosi individualismi che avvantaggiano solo quei soggetti che praticano l’odioso precetto del “divide et impera”. Potrebbero cioè, finalmente, delinearsi quelle strategie di respiro internazionale che l’Unione Europea ormai da anni pretende che si attuino, perché sono finalizzate a rafforzare i sistemi locali urbani nella loro interezza, piuttosto che nella loro frammentazione. La costituzione di credibili candidature da parte dei Comuni del trapanese potrebbe permettere di accedere ai benefici ed ai finanziamenti della Regione Siciliana in tema di “pianificazione strategica”, a valere sulle risorse già disponibili dal CIPE e per l’ultima ripartizione delle risorse per interventi nelle aree sottoutilizzate per il periodo 2007-2013. Tutto questo costituisce una aspettativa fortemente auspicata dagli architetti di Trapani perché grazie all’azione congiunta e razionalmente strutturata dei diversi soggetti operanti nel territorio sarà possibile intercettare le importanti risorse finanziarie cui prima si cennava, aprendo scenari di lavoro ed occupazione molto interessanti. Anche per i professionisti locali. |
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 12.11.2006 L’INDIVIDUAZIONE DEI TEMI RIGUARDANTI IL PROGETTO ATTRAVERSO LA PUBBLICISTICA INTERNAZIONALEL’argomento oggetto della presente trattazione prevede una collocazione temporale che parte dal Moderno, per approdare ai giorni nostri. L’approccio metodologico prevede una selezione critica di alcuni tra i momenti culturali dell’occidente ritenuti significativi per l’esplicitazione dei contenuti della trattazione, un approfondimento verso l’esperienza italiana che parte dal secondo dopoguerra, un regesto critico delle componenti pubblicistiche diffusamente ritenute extradisciplinari ma che si pensa possiedano refluenze all’interno della disciplina, ed una refutatio conclusiva, in forma di “tesi” rispetto alle precedenti considerazioni, considerate come “ipotesi”.
Prima parte. Selezione di alcuni dei momenti culturali internazionali dell’occidente moderno che, attraverso la pubblicistica, hanno individuato temi disciplinari interni all’architettura.
Partirei facendo un cenno alla Scuola delle Belle Arti ed alla Scuola Politecnica dell’ottocento parigino. L’importanza dei temi dell’Ecole des Beaux-Arts, resi noti attraverso diverse pubblicazioni più o meno diffuse al tempo, avrebbe dovuto mitigare le critiche dell’architettura moderna che invece si abbatterono su essa. Nel 1803, un piccolo libro pubblicato da un allievo di Ledoux, Luis Dubut, ed un altro più consistente volume del 1804 offrono al dibattito tra gli studiosi, ma anche ai possibili committenti di opere d’architettura, alcuni spunti di riflessione che, per gli studiosi, si trasformano in temi disciplinari: nel primo si parla di una esperienza di progetto per un piccolo granaio, però ricca di influenze derivanti da un recente viaggio in Italia; il secondo parla dell’”Architettura Civile”, concentrandosi quasi esclusivamente sulla casa d’abitazione. Per essa, dice Lubut, i temi di progetto sono “la disposizione, la salubrità e l’economia”: tutte caratteristiche che dovrebbero fondersi nella “utilità” per il suo abitante, trovata anche grazie all’attento utilizzo dei materiali da costruzione. Nei fatti, Dubut recupera molto di quello che i Trattatisti da Vitruvio allo Scamozzi avevano già trattato ma che era stato snobbato dall’impulso innovatore della Rivoluzione. Durand, alla Scuola Politecnica per gli ingegneri di Parigi, aveva già scritto qualche anno prima un importante volume che raccoglieva i principali temi del progetto: si trattava di un atlante di architettura organizzato per tipologie, ove si offriva agli studenti un regesto schematico dei principali monumenti di tutti i tempi e di tutti i popoli. Il contenuto delle lezioni di Durand alla Scuola Politecnica venne poi raccolto dallo stesso autore, proprio con il titolo “lezioni di Architettura” e divenne un basilare testo per gli studiosi del XIX secolo, oggetto di numerose ristampe e traduzioni. I temi disciplinari propugnati da Durand sono fortemente innovativi, addirittura anticipatori di alcuni temi del Movimento Moderno: il funzionalismo, la superfluità della decorazione, la ricerca verso l’economia in quanto qualità verso cui fare convergere la salubrità, la regolarità, la semplicità, il primato della pianta e dell’alzato rispetto alla proiezione prospettica, la possibilità di combinare gli elementi architettonici all’interno di un sistema reticolare di riferimento, fino alla standardizzazione ed alla prefabbricazione (grazie alla sua dottrina Paxton realizzò il Palazzo di Cristallo nel 1851). Il carattere innovativo e moderno delle istanze di Durand non piacque però alla politica del tempo: Napoleone infatti, eletto imperatore, preferiva un’architettura di esaltazione, appunto, imperiale. I suoi architetti, Percier e Fontane, pubblicarono una raccolta di rilievi e disegni di palazzi, case ed altri edifici di Roma, della Roma rinascimentale, che di fatto promuovevano una istanza architettonica superficialmente studiata: che ogni opera d’architettura, che fosse un palazzo o una semplice casa d’abitazione, dovesse richiedere lo sforzo supremo di sintesi tra le istanze della decorazione e le istanze della costruzione, avendo cura sì dell’utilità ma acnhe del “buon gusto e del carattere”ed una particolare attenzione verso la proporzione. (Qui era particolarmente accentuata la critica al reticolo di Durand, che appariva troppo omologante e foriero di errori progettuali). Un altro esponente della Scuola di Belle Arti parigina, la cui esperienza è utile per offrire un ulteriore elemento di valutazione critica sugli argomenti in questione, è Quatremère de Quincy. Attraverso le sue principali pubblicazioni, il Dizionario d’Architettura e la Storia dei viaggi dei più celebri architetti, l’autore propugna una storia dei temi architettonici che sia semplice e di tipo normativo, e che fa risalire tutta la teoria e la prassi architettonica alla grecità ed alla diffusione di questa operata dai romani. Con Quatremère de Quincy si aprono anche i filoni problematici del rapporto tra Moderno e Archeologia e alcuni dibattiti, apparentemente secondari, sulla questione della policromia architettonica, con riferimento alla colorazione dell’architettura antica. Il rapporto d’affezione con l’antichità viene coltivato, con particolari segnature, da Viollet-Le-Duc, che alcuni critici hanno definito “l’ultimo grande teorico nel mondo dell’architettura”. Egli pubblica il Dizionario ragionato dell’architettura francese dall’11° al 16° secolo e l’Introduzione all’architettura, dove sperimenta, tra l’altro, anche una efficace metodologia di ricerca: espone le proprie idee secondo un duplice registro, uno alfabetico-concettuale, l’altro storico-cronologico. La concezione architettonica di Viollet-Le-Duc, orientata a valorizzare il Gotico come culmine della esperienza artistica ed il Rinascimento come decadenza, è una acuta sintesi tra l’istanza tecnica, l’stanza formale, e l’istanza storico-sociale: per egli l’architettura è espressione immediata di una determinata struttura sociale. Con tale istanza sociale, Le-Duc si pone in contrasto con molte delle istanze rese pubbliche dalla stessa sua scuola di appartenenza, e tenta di recuperare l’originaria istanza della scuola e del Politecnico, attenta ai materiali, ai mezzi a disposizione, ai bisogni da soddisfare ed alla società. Un accenno a parte merita ricordare il Le-Duc per i temi del restauro: nei suoi articoli, la Restauration non significa necessariamente conservare, riparare o rifare un edificio, ma ristabilire esso in uno stato di completezza che può non essere mai esistito in un dato momento. Un importante tema disciplinare, affrontato questa volta dall’autore tedesco Karl Friedrich Schinkel in alcuni scritti pubblicati aventi carattere manualistico per costruttori e committenti d’opere architettoniche, riguarda quello del rapporto tra membratura portante e superficie del manufatto architettonico. Schinkel subordina l’ornamento alla membratura, che viene esplicitata e resa evidente: così come poi farà, facendo suo proprio tale dettato, il nostro Pier Luigi Nervi.
Seconda parte.La pubblicistica italiana del secondo dopoguerra, ed i temi disciplinari interni all’architettura.
Il momento magico per la ricerca scientifica italiana moderna è senza dubbio quello che parte dalla ricostruzione post bellica e dalla Liberazione. Negli anni che corrono tra il 1945 ed il 1948 un fermento culturale diffuso dalle università ma anche da molte associazioni ed istituzioni e da singoli autori, permette al grande pubblico di poter studiare le traduzioni dei principali testi di Pevsner, Wright e le prime monografie dei maestri del Movimento Moderno: è possibile confrontare i grandi temi dell’urbanistica (che portano con sé i temi dell’infrastruttura, della viabilità, dello spazio pubblico e della residenza, del tempo libero, del lavoro e della domesticità) promossi da Le Corbusier con quelli di Hilberseimer ed alimentare, di conseguenza, il dibattito applicandolo alle realtà locali delle realtà metropolitane. Un fattore di connessione tra le diverse occasioni pubblicistiche ed i temi in esse trattati risulta essere quello dell’impegno civile: dalle prime riviste milanesi, come “città, architettura e politica”, a “La nuova città” di Michelucci, a “A-Cultura della vita” di Zevi, a “il Politecnico” di Vittorini, alla romana “Metron” e a “Domus”di Rogers, sottotitolata “la casa dell’uomo”, traspare l’esigenza di offrire l’esperienza degli architetti italiani, filtrata dalle coeve esperienze internazionali acquisite, al generale momento di ricostruzione del Paese dopo gli eventi bellici. Ad esempio, il primo numero di Metron quasi è un manifesto degli architetti italiani verso i committenti e la società tutta: dalla prima traduzione del saggio di Lewis Mumford su Howard, ai reportages sulla ricostruzione in Francia ed Inghilterra, si passa ai temi della prefabbricazione in America, al problema culturale della ricostruzione dei monumenti, ed a quello socio-politico della ricostruzione delle singole abitazioni, fino alla recensione di Verso un’architettura organica di Zevi. Se Metron appare subito una sorta di vademecum operativo per la ricostruzione critica in Italia, Domus affronta gli stessi argomenti con una maggiore attenzione verso la interdisciplinarietà tra Architettura, Arredamento ed Arte. Così accanto ad articoli su “come riarredare la casa con mobili superstiti”, o “riscaldarsi d’inverno”, nella rivista si dava spazio a saggi di arte astratta, teatro, recensioni di cinema, e così via, per lasciar intendere al pubblico che la ricostruzione necessaria per l’Italia doveva passare dai mattoni e dalla calce, ma anche dalle parole e dal pensiero rinnovato. Quegli anni vedono avviarsi alla stampa una nuova rivista, connotata da un forte carattere interdisciplinare: Comunità, fondata e diretta da Adriano Olivetti. Il contributo della rivista ai temi dell’architettura è proporzionale direttamente al contributo alla società civile: politica ed economia, urbanistica ed architettura, filosofia, narrativa e poesia, arti figurative e cinema sono sezioni della rivista, aperte al reciproco confronto. “L’Architettura – cronache e storia”, fondata nel 1955 da Bruno Zevi affronta, coerentemente con il suo fondatore, con provocatoria dimestichezza sia i temi classici della disciplina, sia gli approcci innovativi; si occupa anche, in maniera originale, di promuovere allo scenario della comunità scientifica, giovani architetti giudicati emergenti. (E’ la prima rivista che pubblichi qualcosa di Scarpa, allora pressoché sconosciuto).
Insieme con queste, nuove riviste si affacciano alla ribalta: alcune affrontano temi circoscritti, come “Edilizia Popolare”, altre hanno aspirazioni internazionali, come “Zodiac”. In effetti però i contributi più rilevanti, per completezza di apporti e per il respiro culturale conferito ai singoli numeri, viene da Domus di Giò Ponti e da “Casabella- Continuità” di Rogers. Per la prima l’originaria attenzione verso l’arte confermava una partecipazione di un establishment italiano illuminato, colto e protagonista della crescita italiana rispetto ai tradizionali temi della casa e della città, ma anche rispetto ai nuovi temi del disegno industriale. Per la seconda rivista va sottolineato l’impegno rigoroso di alcuni personaggi italiani nel mantenere alto il senso di responsabilità verso la tradizione di una civiltà, quella italiana, antichissima e autorevole e tuttavia aggredita da un processo di omologazione culturale di stampo modernista che proveniva da modelli importati dall’estero. Attraverso la presentazione di progetti d’architettura chiaramente intellegibili, allora, “Casabella-continuità” affrontava nodi cruciali del dibattito contemporaneo, chiamando a parteciparvi quelli che hanno fatto la storia dell’architettura italiana contemporanea. Un percorso opposto, ma pure interessante per l’ascetismo programmatico, è quello dell’esperienza di una rivista napoletana, “op.cit”,fondata nel 1964 da Renato De Fusco: in essa si affrontano temi disciplinari confidando esclusivamente nella forza delle idee e non pubblicando alcun disegno di progetto. Tra i testi pubblicati in quegli anni, “l’Architettura della città” di Aldo Rossi sperimenta una teoria dell’architettura che aspiri alla trasmissibilità disciplinare: essa trova riscontri nelle antiche ipotesi di Boullè sul rigore formale e sulla essenzialità del progetto e nelle nuova opulenza linguistica della cultura del consumo e dello spreco, fortemente contrastata dall’autore, che vede trasformare la propria città, Milano, ed il territorio ad essa circostante secondo modelli da “country club” che non può condividere. Attraverso alcune vicissitudini editoriali, Casabella, liberatasi del sottotitolo “continuità” dagli anni ’70 in avanti si pone come una rivista di una “avanguardia di massa”, portavoce di una “controcultura” che teorizza utopie architettoniche, urbanistiche ed ambientali: in una parola, utopie comportamentali. Ciò fino alla conduzione di Tomàs Maldonado, che affronta con cipiglio innovativo i tradizionali temi della disciplina: ambiente, territorio, centri storici, rapporto tra università e professione, infrastrutture, la residenza, gli edifici pubblici e così via. Nel 1982 a Casabella approda Gregotti quale direttore, mentre Lotus, diretta da Nicolin, si occupa di analoghe problematiche pur con un taglio più internazionalizzante e forse rarefatto. Qui si torna al progetto di architettura mostrato nelle sue più chiare espressioni comunicative: il disegno torna a costituire un materiale rispetto a cui aprire il dibattito disciplinare, spesso però volutamente circoscritto entro ambiti prestabiliti (il Piano, il Progetto, la Conservazione, l’Innovazione, ecc.) che forse hanno soffocato a lungo andare il possibile orizzonte interdisciplinare. L’ultima Casabella, guidata da Francesco Dal Co, desidera contemperare l’antica esigenza di Rogers di porsi in continuità con il patrimonio culturale nazionale e l’esigenza della acquisizione critica di nuovi modelli di riferimento, magari provenienti dall’esperienza straniera. Il panorama contemporaneo delle pubblicazioni non prodotte in Italia, con alcune misurate eccezioni che contemplino le testate “L’architecture d’aujourd’hui” e G.A. della prima generazione, sono caratterizzate da un approccio ai temi disciplinari il cui pragmatismo, a volte sconcertante, alimenta un consumo di immagini e di messaggi che ripongono nella comunicazione un sostanziale conforto pubblicistico. Ne consegue che i temi affrontati, sempre più spesso per categorie funzionali piuttosto che ambiti di riferimento critico, vengano offerti al dibattito in forma di rassegna delle occasioni del progetto. Secondo tale ultimo orientamento culturale, hanno trovato alimento molteplici pubblicazioni periodiche, quali ad esempio El Croquis e Detail che, con diversi approcci (chi si concentra sull’oggetto architettonico, chi sul paesaggio, chi sul componente strutturale ad alta tecnologia), che sopperiscono alle debolezze d’impianto critico con una riproposizione di temi disciplinari secondari: l’esuberanza formale, l’autonomismo linguistico, la sperimentazione della comunicazione architettonica con gli strumenti della comunicazione pubblicitaria e mediatica.
Terza parte. Le componenti pubblicistiche diffusamente ritenute extradisciplinari ma che hanno refluenze all’interno della disciplina.
La presente trattazione desidera portare a dignità di permanenza all’interno di un contesto siffatto (magari all’interno di circoscritti ambiti) taluni temi ritenuti propriamente disciplinari eppure marginalmente attraversati dalla pubblicistica che usualmente costituisca riferimento culturale elevato. In effetti tali temi diventano ampiamente oggetto di trattazione pubblicistica, all’interno di testi e riviste che hanno ampia diffusione nel territorio nazionale ed internazionale. La diffusa normativa promulgata dall’Unione Europea, dallo Stato e dalle realtà locali periferiche in materia di urbanistica e di edilizia hanno una refluenza sensibile all’interno dei temi della disciplina della Composizione architettonica ed urbana, eppure spesso si tende a considerarli separatamente dai “veri” temi disciplinari. Sull’argomento ricordo un passaggio relativo all’esperienza culturale, civile ed architettonica che gli architetti italiani fecero riguardo al quartiere della Martella ed ai Sassi di Matera. Commentando lo sforzo appassionato degli architetti italiani che vi lavorarono, Ludovico Quaroni in testa, Pier Paolo Pasolini disse: “per me in questo momento le parole di Cristo “ama il prossimo tuo come te stesso” significano: ‘Fa delle riforme di struttura”. I temi disciplinari dell’abitare e della città, a Matera sono stati affrontati dai progettisti con il sostanziale supporto normativo: altrimenti si sarebbe realizzata una sterile esercitazione senza interesse sociale. Le riforme normative,urbanistiche e finanziarie per Matera e per La Martella hanno costituito il necessario tema rispetto a cui la disciplina architettonica, con proprietà e pertinenza, ha esplicitato le proprie risposte. E laddove tali riforme strutturali, che interessassero l’insieme dei temi disciplinari, hanno avuto un percorso incompleto o inapplicato, allora il progetto di architettura, suo malgrado, ha subito danni ed il progettista incomprensioni e frustrazioni: lo Zen a Palermo, il Gallaratese a Milano. La congerie di testi e riviste che affolla gli scaffali delle librerie italiane all’interno delle sezioni “architettura” contempla anche tale aspetto: se nel 1989 Eugenio Battisti censiva le riviste italiane dedicate al progetto contandole in numero di 114, non vi è un analogo censimento per le riviste dedicate al progetto strutturale, al progetto tecnico-economico, alla norma che regola il progetto, al progetto impiantistico e così via. Eppure sappiamo che tali riferimenti sono cospicui e pure essi influenzano la progettazione del manufatto d’architettura e della città.
Conclusioni.
I temi disciplinari che oggi più che prima sembrano trovare trattazione all’interno della pubblicistica internazionale sembrano conclamare il predominio dell’universo visivo, in cui i linguaggi si confondono l’uno nell’altro e producono elementi di sintesi: essi fanno perdere autonomia ai singoli codici tradizionali, ma schiudono prospettive nuove ed interessanti all’architettura. A fronte della perdita di riferimenti di certezza teorica (quei riferimenti che hanno sostenuto il progetto moderno) si pone da più parti una sorta di etica del progetto. Alcuni autori, come Maldonado, Gregotti, Benevolo, Nicolin, pensano che questa coscienza etica deve confidare sulla capacità dell’architetto di leggere la realtà ed anticipare la domanda sociale, con risposte che siano severe e rigorose, ove lo sconfinamento autoreferenziale, l’improvvisazione gestuale siano limitati al massimo in favore di un principio che trasformi l’anonimato in valore. Altri autori, come Zevi o i giovani Ciorra, Terranova, Boeri, Zardini, ritengono invece che questa nuova eticità del progetto sia da trovarsi nell’accelerazione della ricerca sperimentale, nello sconvolgimento dei codici canonici, nell’introduzione nella città e nel paesaggio di elementi dissonanti, in un’ansia di libertà individuale che comporti il risultato di attivare l’interesse del pubblico verso l’architettura. Il ricco Occidente, allora, promuove un’architettura che scopre la sua condizione superflua, che si allinea con le arti che non hanno uno scopo apparente: costruire un edificio può essere non più considerato come la prima finalità dell’azione progettuale. Secondo alcuni temi la finalità del progetto è il fabbricare una immagine mediatica del manufatto, una icona dotata dei requisiti dell’istantaneità della ricezione, dell’intensità del messaggio, della complessità figurativa sintetizzata in una sorta di ideogramma visivo.
Ergo: è vero che la lezione vitruviana deve essere conosciuta da ogni architetto in quanto è a base dell’architettura occidentale, ma è altrettanto vero che la triade utilitas, firmitas e venustas non può caricarsi di contenuti che abbiano pieno riscontro con l’intera realtà contemporanea. I tentativi di attualizzare la lezione di Vitruvio non riescono tuttavia a fornire ulteriori suggerimenti che possano essere strumenti efficaci per interpretare positivamente l’attuale condizione dell’architettura contemporanea, la cui disarticolazione interna vede sostituire all’antica triade una nuova e discutibile triade: della novità, della spettacolarità e della atopicità. Rispetto a tali considerazioni il compito del docente di Composizione Architettonica ed Urbana di oggi può essere quello di prospettare agli studenti un metodo di conoscenza e di gestione di processi complessi che, attraverso principi di rigore scientifico, possa pervenire a sintesi praticabili tra le istanze della tradizione e quelle della innovazione. Nella scelta delle argomentazioni (all’interno di una moltitudine di altre argomentazioni) che hanno costituito la presente trattazione si trova il risultato procedurale da me suggerito per praticare la ricerca disciplinare. Tale ricerca si trova al punto di intersezione di tutto quanto si è detto: è un percorso che potrebbe portare dall’invenzione soggettiva testè riferita alla conoscenza oggettiva, a condizione che la scuola manifesti interesse per essa e che fosse possibile diffondere tali conoscenze all’interno della comunità di ricercatori.
Bibliografia essenziale
Dal Co Francesco “Storia dell’Architettura italiana. Il secondo novecento”. Electa 1997, VE
Kruft Hanno-Walter “Storia delle teorie architettoniche”, Laterza 1987 BA
Gil Fernando ,voce ”Ricerca”, sta in Enciclopedia Einaudi, pp.3-32, Einaudi, 1993 MI
Purini Franco “Comporre l’architettura”, Laterza 2000, BA
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 12.11.2006 Una riflessione propedeutica al recupero del centro storico di EricePuò darsi che sia un’isola in mezzo al mare. Un mare d’aria e luce, di rocce e cipressi, prima che di case.
Le case e la città, il glutine urbano (quello ottenuto mescolando le attività dell’uomo contemporaneo con i suoi desideri) stanno oggi fuori da quell’isola, sulle altre coste di un mare che distingue le parti e caratterizza i sistemi.
Tra l’isola e le coste, nel mare, alcuni scogli per approdi occasionali (un convento, un albergo, una masseria).
Il confine dell’isola ericina è dato dai suoi bordi (costruiti e naturali): è un’isola/faro che orienta, ordina e seleziona il territorio. Da millenni vibrazioni di messaggi muti si diffondono in cerchio da quel punto. (i santuari, i castelli, le torri, con linguaggi antichi; i media e le onde radio, oggi).
E’ un’isola di pietre popolata da 250 fantasmi (le apparizioni, dietro le persiane e nei recessi d’un cortile).
E’ un’isola oggetto di visite: pellegrinaggi antichi e moderni, a seconda dei gusti prevalenti (le divinità, la ricerca scientifica, la moda, il piacere dell’antico).
I visitatori compiono i loro viaggi percorrendo alcuni nastri annodati alle estremità ed adagiati sul mare; dalle porte dell’isola i nastri si dipanano intorno verso le coste: la città vera (Raganzili, Villa Mokarta, S.Cusumano, Rigaletta e Trapani sono unica cosa, ma un confine invisibile ed inspiegabile è segnato sulle carte), la città dei commerci (il porto), la città gioiosa (il litorale di Pizzolungo), la città operosa (l’agro ericino), la città metropolitana (l’autostrada, l’aeroporto).
Vanno e vengono via. Avanti ed indietro. Salgono e ridiscendono.
La permanenza nell’isola è gradevole se breve; per molti (“tutti”, saremmo tentati di dire) non v’è ragione né convenienza per la dimora.
E’ un’isola, eppure è contaminata dai germi trasmessi dal “villaggio globale”: viene inghiottita senza essere masticata, è posta in vendita prima che se ne stimi il valore, viene posseduta solo da chi può comprarla, ma molti hanno idea d’averla già avuta o, presto, di poterne godere.
Ipotesi: lavorare sul convincimento che l’isola ha un confine oggi inaccettabile, perché sempre meno accettabile (e sempre meno vera) è l’idea che essa sia un’isola. Erice vetta, Erice antica, il centro storico di Erice, certamente hanno consolidato una comune immagine di Erice; ma Erice è anche Trapani, Martogna, Pizzolungo, Custonaci, il Monte Cofano, tutto il paesaggio naturale ed antropizzato circostante, via via fino a Segesta; forse fino a Palermo. Se fossimo costretti ad esprimerci per quello che impone la norma urbanistica (siamo costretti), diremmo che la “perimetrazione” del centro storico di Erice, allora, potrebbe essere l’agglomerato urbano apicale del Monte S.Giuliano compreso tutto il territorio debolmente urbanizzato che via via si dispone verso valle fino a connettersi con la fascia edilizia ad alta densità che amministrativamente appartiene al Comune ericino ma che, di fatto, è la periferia di Trapani. Mi torna in mente l’idea dell’Arch. Pedone a proposito del carattere “rurale” e non già “agricolo” che dovrebbe conferirsi a questa parte di montagna: le sue riflessioni, per quanto partano da considerazioni di ispirazione profondamente diversa dalle mie, forse possono trovare spazio in questa ipotesi di lavoro. Il tema è di procedere con grande attenzione alla lettura progettuale di Erice trovando il modo di togliere i recinti frapposti tra Città Antica e Città Moderna, incrinare quella attribuzione di sacralità esclusivamente data alla Vetta, perchè oggi mi pare che questa sia diventata un disvalore rispetto al resto della città; riconoscendone e, ovviamente, mantenendone le qualità simboliche fare in maniera che l’isola possa trovarsi ad essere meno “isolata”. Sarà importante studiare tutte le connessioni infrastrutturali e funzionali perché queste risultino essere sempre meno strumenti per andare “dalla città all’isola” e, invece, possano trasformarsi in luoghi urbani privi di recinti e confini di destinazione lungo cui si dipanano attività e servizi d’interesse vario. Il non costruito, fatto di vegetazione spontanea, pinete e rocche, insieme con la punteggiata di eventi edilizi sparsi nel territorio (le masserie ed i casolari, l’ex macello, il campo sportivo, il centro sportivo C.S.I.), in quanto elementi connettivi tra costruito antico e costruito moderno, dovrebbero pure essere oggetto di attenzione progettuale di recupero.
Il nucleo urbano della vetta, fatte queste premesse metodologiche, potrà essere oggetto di una programmazione e di una normativa per il recupero e la tutela di tipo canonico. |
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 12.11.2006 SUL PIANO PARTICOLAREGGIATO DI RECUPERO DI ERICEAl di là delle polemiche e delle strumentalizzazioni (tutte possibili e tutte giustificabili se il clima locale fosse di serena e legittima dialettica politica e civile delle parti) ed al di là delle imperfezioni, degli errori e delle approssimazioni (se l’esame di uno strumento urbanistico, dalle nostre parti, fosse improntato a trovare la migliore soluzione per l’interesse di una intera comunità), accolgo con piacere una diffusa sollecitazione per stendere alcune considerazioni nel merito. Considerazioni improntate a riferire del Piano per informare i lettori dei suoi contenuti essenziali, che lo caratterizzano in quanto uno strumento urbanistico moderno e intelligente. Le mie saranno argomentazioni di tecnica urbanistica condite con alcune valutazioni di sociologia urbana, di project management e di economia strategico-territoriale. Niente di più e niente di altro. Il più e l’altro (che spesso sono “il sovrappiù” e il “totalmente altro”) lo lascio a tutti quelli che riterranno di razzolare nell’orto ericino, alimentandosi di quanto loro piacerà becchettando qua e là e rigurgitando quello che invece vorranno. Prima considerazione, direi programmatica: un Piano di Recupero per il centro storico di una città può essere fatto in due modi. C’è un Piano Cinico/Paraculo ed un Piano Dialogico/Maieutico. Il Piano cinico/paraculo è un piano di conservazione assoluta, che dichiara l’assoluta necessità di conservare, mantenere, custodire. L’azione di tutela del piano cinico/paraculo è quella sovraordinata a tutto. Si riconosce facilmente perché ha una veste grigia e severa e perché annienta l’esaminatore con interminabili analisi storiche, morfologiche, tipologiche ecc., entra nel dettaglio del più infinitesimale dettaglio dell’edilizia antica facendolo assurgere a feticcio sacrale di inviolabile modificabilità. Si riconosce pure perché è un Piano dove non vi sono proposte ma vincoli e limitazioni a qualunque attività diversa dalla pura conservazione. Per il suo autore il Piano cinico/paraculo spesso è portatore di apprezzabili riconoscimenti nel mondo dell’Accademia e dell’elite intellettualistica (ambiti che usualmente si schifano dei riscontri con la realtà e che preferiscono crogiolarsi nella elaborazione di modelli teorici). Usualmente, al termine dell’iter di approvazione viene riposto in un cassetto perché il primo dei tecnici comunali o dei sindaci che si accinge a gestirlo si mette le mani ai capelli per la difficoltà interpretativa e l’irrealtà di certe posizioni normative. Senza pensare che il primo dei proprietari di un piccolo immobile in centro storico, che si fa un po’ di conti con le prescrizioni di Piano e le proprie risorse finanziarie scappa a gambe levate urlando improperi cercando subito di affittarsi l’immobile ad un pappone di nigeriane. Per fare un esempio a noi vicino, un bel Piano di Recupero di tipo Cinico/Paraculo è quello per il Centro Storico di Palermo: non posso dilungarmi sull’argomento, se vorrete lo farò in un altro momento; oppure basta chiedere a qualche cittadino palermitano (sai che risate…). Il Piano di Recupero per Erice è invece un Piano Dialogico/Maieutico. Che vuol dire? Vuol dire che è uno strumento che se ne frega della carriera accademica (magari perché il suo progettista l’ha già fatta) e che prima di ogni altra cosa vuole stabilire un dialogo tra l’utente e l’ufficio. In un Piano così strutturato ci sono pochi fronzoli e si va subito al sodo: si risponde al privato e al pubblico su cosa e su come questi possano valorizzare i beni di rispettiva pertinenza; si istruisce l’ufficio tecnico su come comportarsi quando arriva un progetto riguardante qualcosa in centro storico; si stabiliscono gli ambiti di riferimento entro cui i tecnici progettisti possano esprimere le loro libere potenzialità creative e culturali a servizio dei committenti; si dimostra come sia possibile rispettare la storia, conservare le testimonianza del passato e al contempo mantenere in vita un organismo vivente vecchio, complesso e delicato come un centro storico. Il Piano di recupero per il centro storico di Erice è così anche un Piano Maieutico, perché aiuta a “partorire”: pone tutti quanti nelle condizioni migliori per tirar fuori qualcosa che si desidera prenda vita e cominci a muoversi con le proprie gambe. Magari ce ne fossero di strumenti urbanistici nella nostra provincia, come quello di cui stiamo parlando: molte assurde e meschine pretese (anche di bassa speculazione) non potrebbero attecchire e finalmente ogni cittadino (anche quello non direttamente interessato dalla gestione immobiliare/fondiaria) vedrebbe riconosciuto il diritto civile di permanenza e di godimento del proprio habitat urbano e paesaggistico. In conclusione: per me collaborare alla progettazione di questo Piano è stata una bella e formativa esperienza professionale, dalla quale ho molto imparato a modificare certe stantie procedure di progetto e pianificazione. |
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 12.11.2006 PIANO TERRITORIALE PAESISTICO AMBITO 1MEMORANDUM PER PROFICUE OSSERVAZIONI 1.> Il Piano Territoriale Paesistico di Ambito 1 è la logica conseguenza delle linee guida del Piano Territoriale Paesistico Regionale? E lo stesso è il frutto dell’adempimento di quanto disposto dal Decreto Legislativo n.41 del 2004, meglio conosciuto come “Codice Urbani”?
Purtroppo la risposta, unica per entrambe le domande sembra essere “no”.
Eppure, lo stesso Dirigente Superiore Coordinatore dell’Ufficio del Piano Territoriale Paesistico Regionale nella sua premessa di presentazione al Piano Regionale approvato con D.A. n.6080 del 21.05.1999 ricordava come ad Erice, in occasione del Convegno tenutosi al centro Ettore Maiorana nel novembre del 1994 per presentare appunto le Linee Guida del Piano Paesistico Regionale venivano affrontati i nodi problematici che occupavano una rilevante parte del dibattito tra la pianificazione e la tutela del patrimonio paesistico. I tre nodi erano: il rapporto tra pianificazione regionale e pianificazione locale; il rapporto tra pianificazione paesistica –territoriale e pianificazione urbanistica-territoriale; ed infine le misure urgenti di salvaguardia e il processo ordinario di pianificazione.
Ebbene, potrebbe oggi affermarsi che a tali condivisibili intenzioni non siano seguite azioni conseguenti.
Infatti: se le intenzioni erano quelle di sottoporre il territorio ad una accorta ed equilibrata azione di tutela paesaggistica che fosse coordinata con la pianificazione urbanistica, e quindi che si pervenisse ad una collaborazione concreta tra Regione, enti locali ed operatori del territorio per la definizione di scelte di pianificazione e degli interventi in termini di compatibilità e di coerenza con le previsioni di Piano (cfr. AA.VV. ”la proposta di Erice, pianificazione e riambientazione urbana e territoriale”, a cura di Tullio Sirchia, edizioni Electa, Milano 1996, pag.85), gli esiti della pubblicazione del Piano di Ambito 1 non sembra abbiano prodotto risultati di equilibrata e condivisa gestione del territorio e delle sue risorse.
2. > Ad esempio, nel Piano Paesistico Regionale veniva indicata una percentuale di territorio siciliano ragionevolmente da sottoporre a vincoli paesaggistico-ambientali che fosse pari al 41% dell’intero territorio (vedi lo stesso libro prima citato alla pag. 86 in una elaborazione grafica a cura dell’Ing. Sergio Alessandro). Nonostante tali indicazione di massima però nel Piano Territoriale Paesistico di Ambito 1 si passa ad una percentuale di territorio effettivamente sottoposta a vincolo pari al 100%.
3. > Il P.T.P. di Ambito 1 non sembra essere elaborato in adempimento del Codice Urbani, pur essendo quest’ultimo in vigenza dal 1° maggio 2004.
4. > Sembra configurarsi una inadempienza del PTP nei confronti del Codice Urbani. Questo, in vigore al momento della pubblicazione del P.T.P. di Ambito 1, prescrive delle obbligatorie verifiche e degli adeguamenti prima che gli eventuali Piani paesaggistici possano dirsi in vigore (riferimento art.156): non sembra che si sia provveduto a verificare ed adeguare il P.T.P. di Ambito 1.
5. > Il Codice Urbani, al Titolo I, Capo I, articolo 131 definisce il Paesaggio e quindi, in sostanza, definisce gli ambiti di applicazione di un Piano Paesistico (o “paesaggistico” come dice lo stesso Codice). Si tratta di “parti” omogenee di territorio: “parti”, non certo “tutto” il territorio.
(D’altronde basta riscontrare quanto lo stesso Codice riporta all’art.143 per aver chiarito un passaggio fondamentale: certamente il Piano deve analizzare tutto il territorio, ma altrettanto certamente non può sottoporlo tutto per intero a tutela ambientale/paesaggistica: la rilettura del punto 3 del richiamato articolo, prima alla lettera “a”, poi alla lettera “c” e seguenti, chiarisce inequivocabilmente quali devono essere le caratteristiche progettuali e vincolistiche del PTP).
6. > Il Codice Urbani, D.Lgs. n.42 del 22.01.2004 entrato in vigore il 1 maggio 2004, indica il triplice contenuto di un Piano Paesaggistico: descrittivo, prescrittivo e propositivo. Il P.T.P. Ambito 1, all’art. 3 delle N.T.A. articola la sua normativa in “indirizzi programmatici”, “direttive” (per gli ambiti descritti dallo stesso Codice agli artt. 136 e 142), e “prescrizioni”, che come si legge nell’articolato, definiscono “norme vincolanti”. Mancano le proposte che il Codice Urbani prevede, considerando queste come strumento importante per la programmazione e la valorizzazione delle risorse culturali e paesaggistiche locali. D’altronde verificando il contenuto intero del PTP di Ambito 1 e riscontrando il diffuso carattere vincolistico dello stesso, raramente si rinviene, a contraltare, l’impronta propositiva e di indirizzo verso lo sviluppo sostenibile.
7.> Per una migliore comprensione e gestione del Piano non è effettuata una efficace perimetrazione cartografica dei tematismi di analisi e di progetto, effettuata su campiture diversificate e con l’individuazione di aree omogenee che possano dare certezza della norma. Inoltre il supporto cartografico non è a scala adeguata e trae spesso in inganno.
8.> Nella seduta del 30.03.04 la Commissione relatrice al Piano ha esaminato il Codice Urbani che sarebbe entrato in vigore il successivo 1 maggio 2004, per confrontare l’impianto normativo del P.T.P. dell’Ambito 1 con il nuovo testo legislativo. Non si ha notizia degli esiti dell’esame. A giudicare da quanto oggi si discute sembrerebbe che la verifica si sia limitata a sostituire la dicitura “D.Lgs. n.41 del 22.01.2004” (peraltro impropriamente scambiando il “42” con il “41”) con quella “D.Lgs. n.490/’99” che compariva nelle precedenti versioni del Piano prima che questo fosse pubblicato. Non si è raccolto, infine, il carattere prescrittivo che il Codice Urbani imponeva a molte procedure del P.T.P. prima che questo fosse licenziato. (Ad es. quelle relative alla concertazione ed alla istituzione della Commissione per il Paesaggio in seno agli Enti Locali).
9.> Per quanto riguarda il censimento dei cosiddetti “beni isolati” il P.T.P. individua una quantità enorme di manufatti, per lo più di origine rurale o pastorale, riportandoli all’interno di un regime di vincolo supportato da schede che indiscriminatamente hanno esaminato l’intero territorio extraurbano. Si rileva: innanzitutto il numero ed il tipo di beni isolati non coincide con la precedente elencazione pubblicata in occasione delle Linee Guida del Piano Territoriale Paesistico Regionale. Per l’Ambito 1 vi era un già cospicuo elenco di 141 beni isolati, per lo più ville, bagli, cappelle ed abbeveratoi sparsi nel territorio ed in un Comune come quello di Erice di erano solo 14 beni isolati (confrontare le pagg.245-248 del Piano Regionale): oggi nel P.T.P. invece nella sola Erice vi è una miriade (più di cento) di ruderi e casette di campagna che sono assurti al valore di “bene isolato”. Inoltre, per tali presunti beni isolati non è possibile effettuare una precisa individuazione degli stessi (vedi problema cartografico di cui sopra) e si rimanda ad una ulteriore ed improbabile (per efficacia e contenuti) pianificazione urbanistico-territoriale a cura del Comune. Spesso accade che le case rurali, di antica costruzione, siano accorpate a nuove edificazioni che non meritano particolari attenzioni di tutela. (Per i beni isolati sono prescritti solo interventi di manutenzione e restauro ad eccezione della ristrutturazione: il fatto è addirittura esteso a tali nuovi fabbricati).
10.> Non sono state esperite le procedure prescritte di individuazione di “immobili ed aree di notevole interesse pubblico”. (capo II artt.136-137-138-139-140): ne consegue che i tutti i proprietari di cose immobili che non siano già state tutelate “ope legis” da precedenti norme e che oggi si trovano con loro proprietà sottoposte a vincolo paesistico-paesaggistico si trovano nelle seguenti condizioni: non sanno se il loro immobile è sottoposto o no a vincolo (non ci sono gli elenchi e né la schedatura né la cartografia permettono l’individuazione esatta degli stessi); non possono argomentare compiutamente avverso un provvedimento di vincolo, nelle forme previste dalla legge; non è avvenuta la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’elenco e pertanto non ci sono i termini per formalizzare una giusta opposizione all’eventuale vincolo.
11.> Riguardo alla nota trasmessa ai Comuni dalla Soprintendenza circa la revisione delle pratiche edilizie già concessionate o autorizzate per verificare la rispondenza col sopravvenuto P.T.P. si rileva che: a) l’art.150 del D.Lgs. n.42 del 22.01.2004 prescrive le procedure da seguirsi. Esse sono del tutto differenti da quelle avviate, invece, dalla Soprintendenza: si tratta di pubblicare sull’albo pretorio l’elenco dei beni oggetto di procedura di vincolo, trasmettere entro 90 gg. agli interessati le prescrizioni alle quali attenersi per non compromettere l’attuazione della pianificazione e permettere che i soggetti possano ricorrere in opposizione. La nota della Soprintendenza incide invece esclusivamente (e senza conforti di diritto) sulla responsabilità dei Dirigenti degli Uffici Tecnici degli Enti locali, gravandoli di presunte responsabilità che avranno il sicuro effetto di congelare qualunque attività edilizia del territorio comunale (i dirigenti si sentiranno ingiustamente responsabilizzati e, illudendosi di salvaguardare la personale integrità, decideranno di riesaminare le pratiche alla luce della nota della Soprintendenza: si arriverà a revocare concessioni o autorizzazioni già rilasciate, ovvero si bloccherà tutto). Con il permanere di tale situazione si prevede una incontrollata campagna di contenziosi e di azioni risarcitorie le cui responsabilità sono incerte.
12.> Nel complesso il P.T.P. di Ambito 1 prescrive, alla voce “attività compatibili” delle Norme Tecniche di Attuazione le destinazioni d’uso dei fabbricati esistenti e di quelli (pochissimi) che possono essere edificati: si ritiene che ciò sia in contrasto con l’attività di tutela, salvaguardia e valorizzazione paesaggistico-ambientale: ciò riguarda invece, a pieno titolo, l’attività di pianificazione urbanistica, la cui azione e le cui competenze sono attribuibili ad altri enti, diversi dall’assessorato reg.le ai BB.CC.AA.
13.> Ammesso e non concesso che il potere di valutare la compatibilità di attività nella forma e nella misura attuate dal PTP di Ambito 1 sia legittimo, tra le “attività compatibili” indicate dal Piano non sembrano risultare, con la necessaria chiarezza, quelle del terziario: a volte queste sembrano essere assimilate alle attività residenziali, a volte a quelle delle “attrezzature”. Rimane il legittimo dubbio di compatibilità di un qualsivoglia progetto per un nuovo edificio da destinarsi ad uffici, da realizzarsi in qualsivoglia parte del territorio oggetto del P.T.P.
14.> Il divieto di apertura di nuove cave è troppo generico e troppo vincolante: oggi vi sono tecniche estrattive assolutamente compatibili con l’ambiente, tecniche che consentono lo sviluppo e le attività produttive senza arrecare danno all’ambiente.
15.> L’art.54 delle N.T.A. prevede l’inedificabilità estendendo il limite dei 150 ml prescritto dalla L.R. 15/’76 a 300 ml. L’inedificabilità è estesa anche alle infrastrutture ed alle attrezzature di interesse pubblico. Tale prescrizione appare illegittima (giacchè dovrebbe essere formulata in termini di legge abrogativa piuttosto che di norma prescrittiva di un Piano) ed eccessivamente restrittiva: né la Legge Galasso né lo stesso Codice Urbani infatti prevedono l’indificabilità assoluta, ma condizionano questa a rigorosi controlli e precise verifiche di compatibilità.
16.> Nelle N.T.A. si fa frequente riferimento a località, contrade e toponimi localistici. In riferimento a ciò si fanno discendere norme e prescrizioni. E’ molto diffusa però la reale indeterminatezza delle attribuzioni toponomastiche in relazione a una precisa prescrizione tecnica attuativa.
In sintesi, si osserva:
1) attuale incompatibilità con il Codice Urbani;
2) attuale incompatibilità con le previsioni del Piano Paesistico Regionale;
3) attuale incompatibilità con i compiti ed i poteri degli strumenti urbanistici di pianificazione in ordine alle destinazioni d’uso dei suoli e degli immobili;
4) imprecisione ed indeterminatezza delle previsioni progettuali;
5) supporto cartografico inadeguato;
6) illegittimità delle richieste di revisione dei pareri già resi su progetti oggetto di concessione o autorizzazione;
7) illegittimità delle procedure di individuazione dei “beni isolati” ovvero di “immobili ed aree di notevole interesse pubblico”.
8) Illegittimità dell’approccio normativo delle Norme Tecniche di Attuazione in concomitanza con altra normativa nazionale e regionale in materia urbanistica e di tutela vigente e non abrogata.
In sintesi, le osservazioni si proporrebbero di:
1) sottoporre a completa revisione tutto il Piano in adempimento delle prescrizioni del D.Lgs. n.42 del 22.01.2004, alias “Codice Urbani”;
2) sottoporre a completa revisione l’intero Piano, consistente di elaborati grafici, relazione e Norme Tecniche d?Attuazione, per adeguarlo alle Linee guida del Piano Paesistico Regionale, approvato con D.A. n.6080 del 21.05.1999, in quelle parti e secondo quegli orientamenti che ora risultassero difformi;
3) cassare nelle N.T.A. qualsivoglia prescrizione relativa alle così definite “attività compatibili”, indirizzando la definizione di queste agli strumenti urbanistici locali, da adeguarsi nei modi e nei tempi di legge;
4) effettuare una puntuale perimetrazione delle parti vincolate, corredate di chiare legende di riferimento;
5) effettuare una rappresentazione progettuale su un supporto cartografico in scala non più grande di 1:5.000;
6) revocare l’efficacia di ogni azione conseguente alla pubblicazione del Piano ed annullare il riesame delle concessioni o autorizzazioni già rilasciate;
7) effettuare “a monte” tutte le procedure previste dalle vigenti norme in ordine alla formazione degli elenchi di “beni isolati” ovvero alla attribuzione di “notevole interesse pubblico” ad aree o a singoli immobili. Predisporre pertanto quanto necessario affinché tali procedure siano espletate direttamente dall’organo che elabora ed approva il Piano;
8) cassare l’art.54 delle N.T.A.
9) effettuare una puntuale perimetrazione, su supporto cartografico adeguato, di quelle frazioni, località, contrade ecc. che hanno riscontro nell’articolato delle N.T.A.: ciò in guisa che possano essere facilmente riconducibili ad ambiti di oggettiva comprensione. |
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 12.11.2006 TRACCE PROGETTI PER DUE NUOVI CONCORSI DI IDEE NEL TRAPANESEL’Ordine degli Architetti di Trapani, inseguendo il proprio convincimento sull’importanza di una azione strategica per la gestione del territorio, ha stretto un forte patto di collaborazione con i Comuni di Erice e Paceco per contribuire con essi al decoro urbano ed alla dotazione di servizi per il verde pubblico. Con ciò si valorizzano anche i benefici che potrebbero determinarsi nel territorio contiguo a quello direttamente interessato dalle azioni concorsuali: Erice vetta, la Riserva delle Saline, l’agro ericino, il territorio segestano, la costa balneare, il porto di Trapani. Due nuovi concorsi di idee, a livello nazionale, infatti saranno banditi a breve per due siti particolarmente significativi. Sono due aree paesaggisticamente straordinarie, pur essendo ai margini dei rispettivi centri abitati: la prima si trova nel pieno della realtà rurale, con il valore aggiunto di un bacino artificiale d’acqua ricco di valori naturalistici ed ambientali. La seconda è in una condizione di assoluto rilievo rispetto all’impianto urbano di Trapani e di Erice bassa, con uno strepitoso panorama sulle isole Egadi e sul mare circostante, prossimo scenario della competizione velica internazionale “L. Vuitton Cup”. Il primo Concorso progettuale, formulato ai sensi dell’art.57 del D.P.R. n°554/’99 e ss.mm. dal titolo “Il Parco suburbano dell’Invaso Baiata”, ha chiesto ai partecipanti di formulare delle proposte progettuali in ordine ai seguenti argomenti:
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Individuazione di luoghi e manufatti da destinarsi ad attività per lo studio e l’osservazione della fauna e della flora lacustri;
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Individuazione di luoghi e manufatti da destinarsi ad attività sportive ed il per il tempo libero;
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proposta di sentieri naturalistici per trekking, a cavallo, in mountain bike, aree di sosta e ristoro, campi da minigolf, ecc.;
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recupero, restauro conservativo e riuso di manufatti preesistenti;
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definizione di un progetto di verde con essenze arboree ed arbustive autoctone;
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definizione di un planning economico gestionale del parco, in proiezione ventennale;
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definizione di un progetto grafico integrato per la sentieristica, la cartellonistica e la sua immagine promozionale.
Il Concorso si è appena concluso ed ha avuto un notevole successo di partecipazione e di pubblico. Tre i gruppi premiati dalla Giuria e un altro premio attribuito dal pubblico, a seguito di una votazione popolare effettuata durante le giornate della mostra ed il convegno di presentazione.
Il Concorso di idee per Erice parte invece dalla attenta lettura urbana della Via G.B. Fardella di Trapani, che è stata la principale direttrice di espansione urbana del novecento.
Erice, caratterizzata dal suo triplice aspetto di borgo medievale di forte fascinazione storica (la vetta), di moderno quartiere residenziale (la fascia pedemontana contigua amministrativamente all’insediamento trapanese) e di riviera marinara (Erice mare) ha bisogno di contrassegnare tale preziosa condizione con azioni urbane e paesaggistiche di carattere.
Il terminale prospettico della Via Fardella, che nel Comune di Erice si denomina come Via Manzoni, o Boulevard Manzoni, necessita di una definizione formale e funzionale, perché sia intelligibile e chiaro il suo radicamento con la storia e la geografia di quei luoghi così suggestivi.
Il tema del concorso di idee, denominato per “Boulevard Manzoni” è anche quello di ottenere il migliore godimento del paesaggio e delle condizioni di vivibilità urbana. Nel bando allora si chiede ai partecipanti di formulare delle proposte progettuali in ordine ai seguenti argomenti:
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definizione architettonica del Boulevard, il cui terminale dovrà configurarsi come un moderno belvedere, una sorta di “drive in”, dove la spettacolo proiettato è la scena del panorama della città e del mare sottostanti.
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definizione di una cavea all’aperto per manifestazioni ed eventi pubblici;
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definizione di un luogo monumentale, da realizzarsi con luci notturne particolari, o essenze arboree e arbustive ricercate, ovvero con un’opera d’arte contemporanea non figurativa;
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definizione architettonica di un piccolo luogo sacro ipogeo, da “scoprirsi” al termine di un percorso processionale, da destinarsi a cappella religiosa per ospitare la statua della Madonna del Terzo Millennio;
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definizione di un sistema di comunicazione strategica di messaggi pubblicitari ed informazioni per servizi comunali e la promozione turistica (maxischermi, facciate interattive, ecc.);
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definizione di un progetto di verde, con servizi igienici pubblici ed essenze arboree ed arbustive autoctone ed alofite.
La particolarità di entrambi i concorsi è data dal fatto che saranno ammessi a partecipare solo concorrenti che si riuniranno in gruppi costituiti da architetti, ingegneri, geologi, agronomi ed economisti. A questi ultimi verrà richiesto di formulare attendibili ipotesi di finanziamento e di gestione delle opere da realizzarsi. Un tale approccio interdisciplinare costituisce una novità assoluta nello scenario nazionale e vuole superare le antiche divisioni delle professioni per offrirsi alla comunità civile come strumento qualificato per la realizzazione di azioni di interesse generale. |
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 12.11.2006 TRASFIGURAZIONE_ARCHITETTURA_CITTA’Conferenza in occasione della presentazione del libro “Trasfigurazione”.
MAZARA, 13 OTTOBRE 2006 Per dirla con Timoty Vernon [1], il cristianesimo ha sempre reso visibile il senso dei suoi misteri.
In tutta la sua storia infatti, ancora prima della scrittura dei Vangeli erano i “segni” a costituirsi in quanto azioni trasfiguranti. L'ultima cena vede Gesù che spezza il pane, lo offre ai suoi commensali, inventando un gesto altamente carico di espressività, e solo dopo pronuncia le sue parole “questo è il mio corpo”. Probabilmente questo è il rito nella sua più antica forma creativa che la nostra Chiesa conosca.
Altre forme creative? L'architettura, le arti figurative, la musica. Sono tutte a servizio di quell'arte trasfigurante originaria e hanno solo il compito servizievole di rendere intellegibile, ed al contempo emozionante, i misteri contenuti nelle parole e nei gesti di Cristo. La procedura che rende visibile il Mistero è anche liturgia, cioè è il complesso di riti con cui la nostra civiltà esterna il suo rapporto con Dio. E la liturgia è già in sé azione artistica e al contempo azione generatrice d'altra arte. Per essa c'è bisogno di azioni, che mutano con l'uomo e col tempo; ha bisogno di spazi entro cui – o rispetto ai quali- effettuare quelle azioni; ed ha bisogno di architetti e coreografi, compositori e musicisti, poeti e scrittori, scultori e pittori, orefici per portare a definizione compiuta la sua missione. L'arte creativa, pertanto, è uno dei “segni” del patto che sussiste tra l'uomo e Dio perchè l'uomo abbia saggezza, intelligenza e scienza per concepire progetti e realizzarli, per compiere ogni sorta di lavoro ingegnoso e perchè Dio cammini in mezzo al suo popolo: secondo molti, l'arte è quasi il “sacramento” della presenza e della salvezza che Dio offre. Il ruolo congiunto dei costruttori della chiese è quello di fornire immagini delle realtà invisibili a cui si riferiscono i sacramenti. Tuttavia non è solo questo: l'essere visionario dell'artista educa alla contemplazione, una contemplazione che si attui durante la celebrazione rituale, ma anche durante la percezione dello spazio in sé. Ed è, in entrambe le circostanze, una contemplazione dinamica e personalistica, risultato di una mutuazione di ragionamenti e suggestioni dipendenti dall'esperienza che si ha con il Totalmente Altro e che prescinde dalla diretta conoscenza di tutto il conoscibile. Filone di Bisanzio, nel suo “I sette grandi spettacoli del mondo” così riflette:
“ le sette meraviglie del mondo sono conosciute per fama da tutti, ma pochi le hanno viste di persona. Occorre compiere un lungo viaggio fino in Persia attraverso l'Eufrate, giungere in Egitto e poi in Grecia, andare in Caria e Alicarnasso, navigare fino a Rodi a poi a Efeso. Solo dopo viaggi sfiancanti per il mondo intero si arriva a soddisfare il nostro desiderio, quando ormai gli anni e la vita se ne sono andati. Perciò è un grande e meraviglioso dono quello della cultura, che libera l'uomo dalla necessità degli spostamenti e gli mostra a casa sua le bellezze della terra, dando occhi all'anima.
Chi attraverso la parola viene a conoscere la meraviglia di un lavoro umano, conserva indelebilmente le impressioni di ogni figura, poiché l'anima ha visto cose straordinarie”.
La Trasfigurazione, trasferendo l'esperienza dell'uomo nella sua dimensione gloriosa, fa sintesi di passato, presente ed avvenire e rivela il senso profondo della fede cristiana. Una fede che, come afferma Leo Di Simone nel suo straordinario saggio che oggi presentiamo, non è interessata all'estetica della forma, ma una fede che vuole penetrare nella profondità della sensibilità umana per trasformarne ogni aspetto. Per questa ragione l'estetica della Trasfigurazione assume anche una dimensione di Etica trasfigurata.
Leggo nelle pagine dello scritto di Don Leo che il principio della Trasfigurazione è un principio architettonico di costruzione dell'uomo: mi incuriosice e mi convince, traslitterando il principio nella pratica della progettazione architettonica, ma ancor più contestualizzandolo nella poetica della progettazione di chiese. Tale Trasfigurazione non è imitazione, non è imposta adesione ad un modello, ma è condivisione dinamica secondo un principio magistralmente esemplificato che è quello dello Spirito che flette ciò che è rigido, raddrizza ciò che è storto, irrora ciò che è arido e scalda ciò che è freddo.
L'antica chiesa ai tempi del primo Vescovo della Diocesi di Mazara doveva essere l'immagine della Chiesa dei fedeli, che simboleggiava il corpo di Cristo. Doveva essere imago paradisi.
Prima ancora di entrare nel corpo di essa riflettiamo sull'immagine che essa ha rispetto al suo intorno, cioè rispetto alla città.
Il professore Filangeri, nel suo rigorosissimo saggio “laicamente” intitolato “metaforfosi architettoniche”, piuttosto che “trasfigurazioni architettoniche”, si sofferma, tra l'altro, sul ruolo urbano della cattedrale. Quella strategica posizione rispetto alla perimetrazione muraria dei secoli XVI, XVII e XIX, è riscontrabile dalle cartografie del tempo, ma anche dalle rappresentazioni prospettiche dello Spannocchi. Ebbene, la Cattedrale è icona del suo radicamento occidentale (...”in Europa est”) ma al contempo della sua proiezione verso la cristianizzazione dell'oriente (... “Africe se exponit”). Il suo posizionamento è casuale? Non credo proprio: sono molto più propenso a credere che il principio insediativo della prima fabbrica fosse rispondente alla esigenza di raffigurarsi, anche all'esterno e con il suo contesto urbano, in quanto “imago paradisi”.
Ho letto una ragione, diciamo, pastorale dell'insediarsi della cattedrale nel sito dov'è piuttosto che altrove, e tale ragione eleva il valore – già altissimo- del monumento al rango di urbana icona cristiana.
Infatti, credo che con la cattedrale mazarese si fosse superato un originario difetto di attribuzione valoriale alla città degli uomini, rispetto alla chiesa intesa come luogo sacro.
Il Sacro sentito come elemento assolutamente Altro rispetto alla sfera dell'umano, aveva difatti costruito una dimensione del tutto estranea a quel luogo che rappresenta per antonomasia il movimento, le attività, gli incontri e le contese: cioè la città. Se la letteratura ascetica cristiana è piena di invettive contro questa città, “rumorosa sentina d'ogni peccato e vizio, seggio di Satana, luogo di dissipazione e perdizione” come dice Franco Cardini[2],il contraltare sacrale della città è la chiesa. Tuttavia spesso l'edificio ecclesiale, nel suo proteggersi, è divenuta Tempio, ha tagliato il cordone con il resto del mondo, ha ritirato i ponti lanciati su di esso, pur di mantenersi intatta.
La cattedrale di Mazara, nel suo principio costruttivo di relazione con lo spazio circostante (adesso il segno è ancora leggibile, ma per noi tutti è più difficile trasfigurarlo nella sua dimensione etica territoriale) invece mostra se stessa strettamente connessa con l'urbano: è una Jerusalem coelestis , paradiso di silenzio e di pace, contrapposta alla Babilonia infernalis d'oltremare e, chissà, d'oltre Mazaro.
Ma torniamo all'azione di visibilità dei misteri attraverso l'arte. Le fonti puntigliosamente accreditate dal Filangeri e le verifiche e le tesi iconografiche ed iconologiche del Di Simone, hanno offerto alla valutazione critica un compendio scientifico originale e di rilievo: le ipotesi di ricostruzione della spazialità normanna e quelle della trasfigurazione (posso azzardare anche della Transignificazione?) dei luoghi della celebrazione rituale attraverso i secoli conducono ad una riflessione che non è propria dello storico o del filologo, e neppure interessa all'ermeneuta. E' una riflessione che invece va maturando nell'artista e nell'architetto e che qui cerco di esplicitare.
E' noto a tutti quanto sia nel cuore della Chiesa moderna la formazione di giovani architetti ed artisti verso i temi della progettazione di nuove chiese. Gli sforzi culturali e materiali posti in essere dagli organismi periferici delle diocesi italiane e da quello centrale del Vaticano per mantenere anche oggi e per il futuro l'azione coerente con il principio cristiano della Trasfigurazione (nel contenuto essenziale di cui oggi si discute) è però ostacolata da una sostanziale distanza che certi valori stanno prendendo da una diffusa ed invasiva cultura economicistica.
Il progetto e la costruzione di nuove chiese in Italia oggi non può ispirarsi alla pura ed antica tradizione ispiratrice, che è quella che ha informato la storia della cattedrale di Mazara del Vallo, ad esempio, senza prescindere – purtroppo- dalle spinte di due contrapposte ispirazioni: quella del mercato e quella della burocrazia. I rispettivi riferimenti a Adam Smith verso le regole di un mercato che tenda a giustificare ogni azione creativa subordinatamente al rendimento economico del suo risultato ed a Max Weber, che tende a prospettare una organizzazione istituzionale e gerarchica dei saperi, portano lontano dall'auspicare risultati emozionanti come il luogo che oggi stiamo ammirando. E' questa una condizione del tutto esterna alla disciplina della progettazione architettonica, la cui matrice culturale – umanistica e scientifica- risente delle pesanti limitazioni esercitate da siffatto contesto. E' però una condizione reale rispetto alla quale anche in occasioni come quella odierna, apparentemente distanti dalle problematiche che ho portato alla ribalta in conclusione del mio intervento, mi sembra opportuno esplicitare perchè ognuno, nel suo ruolo, eserciti una azione di difesa di valori antichi e di valorizzazione delle prospettive future, affinchè le prossime chiese possano continuare ad essere i luoghi della incantagione, dell'invenzione, dell'emozione.
[1] Cfr. T. Vernon “Vedere il Mistero”, Mondadori, Mi 2003, p.11
[2] Cfr. F: Cardini “la città e il sacro”, Garzanti Scheiwiller, 1994 p.XI |
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 11.11.2006 Da un capannone industriale a una chiesa postconciliareIl progetto di manutenzione straordinaria della chiesa di Salaparuta (TP) A seguito degli eventi sismici che sconvolsero il Belice nel gennaio del 1968 e che determinarono a Salaparuta anche il crollo delle esistenti chiese ed in attesa che venissero approntati tutti gli atti necessari perché il culto potesse essere esercitato all’interno di un ambiente che riparasse i fedeli dalle intemperie, la Caritas di Roma ottenne di poter erigere un capannone industriale che, temporaneamente, potesse essere destinato agli usi cultuali. Nel 1979, a cura della Caritas di Roma, venne realizzato il capannone destinato a chiesa parrocchiale. Negli anni che seguirono la struttura venne utilizzata per le attività religiose, adattando la celebrazione, laddove possibile, a quanto poteva offrire quel capannone industriale, o addirittura rinunciando ad esercitare il rito sacro in quegli aspetti di liturgia che con tutta evidenza contrastavano con le prescrizioni della Commissione Pastorale per la Liturgia o perfino con quelle del Concilio Ecumenico Vaticano II. Tutto ciò fintantoché lo stato di manutenzione e d’uso di quel fabbricato permise la permanenza di attività umane al suo interno: col tempo, ed anche per via di una imperfetta messa in opera, di insufficiente manutenzione e di imprevisti cedimenti fondali, il fabbricato non poté più essere utilizzato e rimase chiuso e precluso ad ogni attività.
Nel 2001 venne commissionato il progetto in esame con la condizione che questo, per esigenze di finanziamento pubblico, risultasse di ristrutturazione piuttosto che di nuova edificazione. Lo stesso anno il progetto di massima veniva approvato in linea tecnica e veniva assicurato il finanziamento, a cura dell’Assessorato Regionale ai Lavori Pubblici. Il progetto di massima prevedeva una rotazione a 90° dell’impianto ecclesiale , facendolo così risultare orientato secondo l’asse est-ovest, ed un adeguamento liturgico nel rispetto delle Note Pastorali “adeguamento liturgico” e “progettazione di nuove chiese”.
Nel 2002 veniva convocata un’adunanza pubblica presso l’Aula del Consiglio Comunale, per presentare alla cittadinanza il progetto di massima già eseguito e ricevere eventuali indicazioni per la redazione del progetto esecutivo. A seguito di tale assemblea emerse l’intendimento della cittadinanza di non modificare l’andamento dell’aula ecclesiale così come veniva fatto nel progetto di massima, ma di mantenere un orientamento uguale alla preesistente chiesa. Ciò ha pertanto determinato il fatto di effettuare un sostanziale ripensamento dell’intero impianto compositivo e distributivo.
L’attuale impianto si configura allora piuttosto tradizionalmente, con un impianto longitudinale che vede l’altare al centro della celebrazione ed investito da grandi fiotti di luce naturale, ma l’assemblea disposta di fronte e non intorno ad esso.
L’esonartece costituisce una sintesi tra le indicazioni delle note pastorali e la necessità di radicare l’impianto al contesto: da esso prende il via una narrazione emozionale che conduce, con semplicità ma con progressiva intensità, via via verso i luoghi della celebrazione rituale.
La chiesa è semplice ed utilizza linguaggi praticati diffusamente nel contesto: l’intonaco bianco, la pietra del luogo, la composizione volumetrica che privilegia i pieni, le grandi superfici che si ritagliano contro il cielo. L’interno è una macchina per catturare ed elaborare la luce naturale che arriva modulata da lucernai o da vetrate realizzate con tecniche sperimentali.
I luoghi della celebrazione rituale, tuttora oggetto di ulteriore definizione in collaborazione con l’Ufficio Liturgico della Diocesi di Mazara del Vallo, si caratterizzano per la presenza di elementi volumetricamente puri. Tra essi l’altare e l’ambone, con fonte battesimale in relazione, assolvono ad un importante ruolo di catalizzatore. La sede della Custodia Eucaristica, in asse prospettico con la nave e sotto una cascata di luce, chiude la narrazione.
La struttura è realizzata con setti in calcestruzzo armato e capriate metalliche.
I lavori si sono completati nel luglio 2005 e sonno attualmente in fase di collaudo. La definizione degli spazi presbiterali, oggetto di una successiva attività di approfondimento progettuale, è in corso di finanziamento.
Vito Corte |
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 8.05.2005 L’inserimento di nuove opere d’arte in antichi contestiSull’annoso ed altalenante dibattito tra “conservazione” ed “innovazione” le reiterate dichiarazioni d’intenti dell’Accademia, della Disciplina Architettonica e dell’intero mondo della Cultura non sono finora riuscite, nonostante i diversi ed autorevoli contributi nel tempo sopraggiunti, a far concordare tutti su alcuni buoni e condivisibili approcci al problema. L’occasione di tornare a scrivere per queste pagine è stata utile per tornare a rileggere qualcosa da me già scritto quasi dieci anni fa: con il quasi inconfessabile convincimento che non essendosi verificato alcun significativo avanzamento da allora ad oggi, avrei potuto agevolmente saccheggiare il testo già pubblicato per riproporlo, rispolverato ed aggiornato, ancora una volta. Quello scritto prendeva l’abbrivio da due circostanze che, allora, provocarono un vespaio di discussioni assai vivaci: la distruzione del Teatro La Fenice ed il crollo della Cattedrale di Noto. Desiderando offrire un personale, ma modesto, contributo d’idee al gran discutere (ed al poco e male fare) intitolai quel mio breve saggio come si suole fare per le inserzioni per gli annunci economici: “A.A.A. – Impostori cercasi”. Nell’argomentare mi soffermavo sulle decisioni che avevano improntato le possibili ricostruzioni artistico-monumentali oggetto di tanta discussione, tutte accondiscendenti al rifacimento della originaria ed antica facies, per constatare con ambiguo compiacimento che altra soluzione non poteva trovarsi visto che noi italiani siamo un popolo “falsario” ed “impostore” di antica tradizione. Le scomode attribuzioni nel corso del testo andavano però chiarendo il vero valore a quell’essere “falsario” e “impostore”: si trattava di una colta citazione che tuttavia conteneva una provocatoria risoluzione fintantoché non si fosse arrivati a far riaccettare, finalmente, il nuovo ed il moderno come componente necessaria per l’antico. In effetti, la nobile tradizione dei falsari italiani aveva già nel Medioevo una solida scuola: ne sono prova (certamente confutabile, ma chi può mai dire il contrario) le innumerevoli reliquie pervenute nelle chiese italiane e le migliaia di “demonstrata” la cui provenienza veniva attribuita alla Guerra Santa. Certo, adesso è d’uopo irritarsi per quei tarli che alimentano il dubbio sull’autenticità di ogni antico reperto, ma sarà pure possibile riconoscere che “la falsa testimonianza agiologica rappresenta piuttosto una identificazione sostitutiva, convenzionale e necessaria”[1] per quella che fu la condizione culturale italiana di quegli anni (ma che oggi non sembra abbia progredito significativamente). In effetti il gusto italiano, anche dopo il medioevo e specialmente a partire dal Quattrocento, era molto ben disposto a subire contaminazioni di pseudantico, specie quando questo riecheggiava stilemi classici: della grande quantità di statue attribuite a Fidia, Policleto, Prassitele, solo pochissime erano autentiche. Ma ciò scandalizzava solo pochissimi specialisti. Infatti, il riferimento classico era diventato una “normativa” compositiva ma anche il risultato di una attenta indagine di mercato. La produzione artistica ed architettonica “à la manière de” diventò infatti talmente raffinata da diventare campo di verifica del livello di preparazione di una ristretta cerchia di eruditi filologi al punto che la letteratura tramanda di memorabili tiri mancini andati a segno in danno di autorità di riconosciuto prestigio, quali il Winckelmann.[2] Con il tempo in Italia la falsificazione dell’antico raggiunse livelli di vera arte, al punto che lo stesso Vasari definendo gli italiani quali “grandissimi imitatori di cose antiche” intendeva riconoscere loro il ruolo di connettori degli strappi della cultura del tempo, di ri-compositori di una nuova trama di relazioni formali, iconografiche e culturali. Una trama arricchita di contributi individuali ed originali ma talmente ben ordita da configurare l’imitazione come assimilazione piuttosto che come volgare copiatura. Ed in effetti l’attività d’impostura degli italiani in campo artistico ed architettonico doveva essere tanto raffinata da far pronunciare a P. Eudel nel 1884 che “l’Italia è la terra benedetta dei contraffattori”: sicuramente l’autore desiderava compiacerci per quella innata scaltrezza italiana che permetteva di confezionare vere e proprie “patacche” agli acquirenti stranieri suoi contemporanei. Tornano alla memoria tutti clamorosi “pacchi” confezionati, come originali reperti d’epoca, agli innumerevoli principi borbonici, sovrani britannici, imperatori russi, via via fino ai moderni petrolieri texani, sceicchi arabi, finanzieri asiatici. E non può non pensarsi anche alla cosiddetta “industria” del turismo, che si alimenta di grandi numeri e che non è interessata alle discettazioni intellettualistiche. Un turismo che consuma e che alimenta redditi: che consuma i monumenti, l’arte e la storia del nostro Paese, e che dovrebbe incrementare il PIL nazionale proporzionalmente agli stessi consumi. Ebbene, vista la nobile tradizione falsaria degli italiani e considerato il ridotto gradiente culturale dei turisti in transito (affaccendati, dicono, a lasciar quei soldi che dovrebbero arricchirci) perché non ufficializzare e consacrare scientificamente quella proficua attività di ricostruzione “com’era e dov’era”, secondo la più o meno erudita filologia del restauro, che già da tempo – in sordina- si pratica? Al turista incolto e distratto potrà sempre giurarsi che quel tale monumento sia pervenuto intatto ed immutato dai Romani ad oggi, che quella chiesa sia stata fondata ex novo senza alcuna stratificazione, che quell’altra abbia mantenuto intatti gli stucchi e le dorature del Seicento. Che la Fenice non sia mai stata ridotta in cenere né che la Cattedrale non sia mai crollata. Una buona percentuale di “utenti” abboccherà. Una esigua percentuale di dotti ed eruditi apprezzerà ugualmente la romantica affezione per l’antico ed avrà di che compiacersi per la scelta culturale dei progettisti, degli artisti, dei committenti e del Soprintendente. Chiudevo quel mio breve saggio di dieci anni fa con una subdola e cinica sollecitazione ai restauratori nonchè agli artisti ed ai progettisti che devono risolvere il “problema” dell’inserimento di nuove opere in antichi contesti. Una cinica proposizione che è anche un consapevole avvertimento e che a distanza di dieci anni conditi da amarezze ed incomprensioni sull’argomento reitero ma che, ovviamente, auspico rimanga sterile provocazione. L’avvertimento suonerebbe: soprintendenti, critici d’arte, artisti, restauratori ed architetti, nel corso delle vostre ricostruzioni filologiche, tutte scrupolosamente attente al rigore scientifico del ripristino concettuale e materico, tutte riottose a sperimentare o ad accettare le sperimentazioni su qualsivoglia forma d’innovazione formale e lessicale dei magisteri murari, delle spazialità, delle cromìe, delle relazioni, attenti a non cadere negli stessi tranelli in cui cadde il grande Winckelmann, credendo di essere depositario della verità. Visto che il caos della storia ha prodotto opere d’arte e monumenti le cui vicende millenarie sono relativisticamente decifrabili in percentuale minima, ebbene, forse è il caso di non confidare troppo sulla certezza delle attribuzioni a noi pervenute e piuttosto confidare maggiormente nella assimilazione di quella italianità fatta di cultura, di ingegno innovativo e di impostura. Perché la libertà e la leggerezza di tutta la storia dell’arte italiana è tratteggiata bene in quel divertimento di Giuseppe Guizzardi, così per come lo descriveva il fratello Piero: “… vedresti cose che forse ti riuscirebbero totalmente nuove, come per esempio un quadro di composizione profana farla divenir sacra, e viceversa. Tagliare in tanti pezzi un quadro per colorare le figure in altro modo, e così cambiare interamente la composizione. Togliere delle figure da un quadro e trasportarle in un altro per renderlo più composto e più interessante. Le figure sdraiate metterle in piedi secondo l’occorrenza. Trasportare i quadri dalla tela in assa e dall’assa alla tela. Di un quadro grande formarne tre o quattro, aggiungendo figure, paesaggio etc. secondo i soggetti che si vogliono rappresentare: insomma tante altre operazioni che ben eseguite non vi è occhio né lente che le lascia scoprire. Tutte queste cose come pure le piccole crepature che vi appariscono nelle vernici antiche, i tarli nei quadri in tavola, le piccole sporcatore di mosche, etc. non si possono descrivere ma bisogna vederle fare”[3].
[1] M. Ferretti, Falsi e tradizione artistica, in AA.VV., Storia dell’Arte italiana, Einaudi, To 1981, p.119.
[2] pare che lo stesso Winckelmann fosse stato ingannato in maniera plateale per almeno due volte: dal fratello di Giacomo Casanova (che mise alla berlina tutta una scuola di cattedratici romani seguaci del celebre archeologo incappato in un inaudito reperto abilmente falsificato) e da un suo caro amico, Raffaello Mengs: questi riprodusse il Giove e Ganimede e poi il Winckelmann stesso ne favoleggiò il valore documentario.
[3] F. Lechi, I quadri delle collezioni Lechi in Brescia, FI 1967, pp.108-109. |
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